Ma non “ho” più la mia città!

Ma non “ho” più la mia città!

 Suonava più o meno così il titolo di una nota canzone di qualche anno fa, che racchiude in sé un tema sempre attuale quanto triste: partire per realizzare altrove un sogno altrimenti irraggiungibile.

Nella canzone il riferimento era ad una città siciliana. Possono cambiare i luoghi, le persone, ma le emozioni e il legame tra un individuo e la sua terra ha un denominatore comune che potremo definire “attaccamento”.

Esiste una forma di attaccamento, infatti, che si verifica anche con i luoghi, ai quali restiamo legati affettivamente.

Pensiamo alla nostra città: Scafati, città salernitana, il cui nome si dice derivi dal termine latino scapha, ossia “battello fluviale”.  Tali mezzi, simili alle gondole, erano fondamentali per la navigazione del fiume Sarno. Ed è proprio per questa ragione, ma anche per il fatto che i palazzi del centro si affacciano pittorescamente sul fiume, che la città di Scafati era un tempo indicata con il nome di “Piccola Venezia”.

Una città dunque rigogliosa, ricca, in cui i cittadini si sentivano orgogliosi e come protetti dal senso di comunità in cui si ri-conoscevano. Ma dov’è finito tutto questo?

C’è chi ricorda ancora quei tempi con nostalgia, chi con amarezza e chi invece, più giovane, non ha avuto modo di conoscere la propria città così, ma ha imparato ugualmente ad apprezzarla e ci si è affezionato.

Quante volte sarà capitato di sentirsi strettamente legati ad un luogo? Alla città in cui si è nati? A ricordare con un pizzico di nostalgia un episodio legato ad un posto dell’infanzia? Quali emozioni si sperimentano nel ritrovare luoghi conosciuti, sentiti come appartenenti alla propria identità, diversi da come li si ricordava?

Alcuni momenti restano impressi nella nostra memoria così carichi emotivamente tanto da creare un legame anche con la “cornice ambientale” entro la quale si sono realizzati.

Ed è proprio in questo legame che si potrebbe rintracciare una piccola scintilla per accendere un fuoco che sembra ormai spento.

Immaginiamo per un attimo di essere ritornati nella città in cui siamo nati, cresciuti e dove abbiamo fatto tante esperienze prima di doverla a malincuore lasciare per andare a cercare fortuna altrove.

Dove c’era la scuola che abbiamo frequentato, adesso c’è solo un agglomerato di case; dove una volta c’era un supermercato rimane solo uno spiazzale deserto; quasi ovunque vediamo saracinesche abbassate e che non torneranno più a risalire per tanto tempo ancora, che nascondono negozi in cui ci si incontrava e si socializzava. Molti luoghi stimolavano a sentirsi appartenenti ad una comunità; il tempo sembrava fermarsi e ci si sentiva “a casa”. Dov’è finito tutto questo? Adesso nel ritrovare tanta desolazione come ci si sente? Qual è il primo pensiero che salta alla mente? Questa non è più la mia città!

Probabilmente sì o forse no.

Accade allora che non si riesca più a riconoscere un luogo a cui prima si era strettamente legati, perché viene compromessa una funzione molto importante della propria ‹‹identità di luogo››, che è quella di “riconoscimento”. Infatti, grazie alla nostra esperienza dei luoghi è possibile capire quando si verificano cambiamenti così importanti da farci percepire la nostra città così tanto pericolosa, così tanto degradata.

È proprio perché la propria identità di luogo (place identity) e il legame di attaccamento alla propria città sono così strettamente connessi, che il rapporto si rafforza quanto più gli elementi sono positivi o, al contrario, si deteriora quanto più si percepiscono discrepanze tra i due costrutti.

Proprio per questo motivo, le persone si sforzeranno per modificare l’ambiente e se non ci riescono, inevitabilmente diminuirà o cesserà il legame d’attaccamento, portando inevitabilmente a lasciare la propria città nel degrado più totale o addirittura allontanandosene fisicamente per andare a realizzare il proprio sogno altrove.

Nonostante i cambiamenti che possono verificarsi nei luoghi e nelle persone, comunque, esiste sempre un margine di possibilità per potersi rialzare e ripartire, facendo affidamento su una risorsa personale intrinseca all’uomo, la così detta “resilienza”, intesa come la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi difficili, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà e di ricostruirsi.

Un concetto valido tanto per le persone, quanto per i luoghi in cui esse vivono e che ne sono riflesso. Un po’ come una fenice che rinasce dalle sue ceneri e spicca il volo più forte di prima.

Antonella Bersano

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