Abbiamo perso tutti

<<Se riesci a non perdere la testa quando tutti

Intorno a te la perdono, dandone la colpa a te.

Se riesci ad avere fiducia in te stesso, quando tutti dubitano di te,

Ma anche a tenere nel giusto conto il loro dubitare.

Se riesci ad aspettare senza stancarti dell’attesa,

O essendo calunniato, a non rispondere con calunnie,

O essendo odiato, a non abbandonarti all’odio

Pur non mostrandoti troppo buono, né parlando troppo da saggio.

Se riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni,

Se riesci a pensare, senza fare dei pensieri il tuo fine;

Se riesci, incontrando il Trionfo e la Sconfitta

A trattare questi due impostori allo stesso modo.

Se riesci a sopportare il sentire le verità che hai detto

Travisate da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi,

O vedere le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,

E chinarti e ricostruirle con i tuoi strumenti logori.

Se riesci a fare un cumulo di tutte le tue vincite

E a rischiarlo tutto in un solo colpo a testa o croce,

E perdere, e ricominciare dall’inizio

Senza dire mai una parola su ciò che hai perso.

Se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi tendini

A sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più

E di conseguenza resistere quando in te non c’è niente

Tranne la tua Volontà che dice loro: “Resistete!”

Se riesci a parlare con le folle mantenendo la tua virtù

O a passeggiare con i re senza perdere il senso comune,

Se né nemici, né affettuosi amici possono ferirti;

Se tutti gli uomini per te contano, ma nessuno troppo,

Se riesci a riempire l’inesorabile minuto

Con un momento del valore di sessanta secondi,

Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,

E, quel che più conta, sarai un Uomo, figlio mio!>>

(da: “Ricompense e Fate” – “Rewards and Fairies” di Rudyard Kipling – traduzione dall’inglese di G. Carro  2005)

 

Aspettative mancate. Tristezza. Fallimento della comunicazione. Assenza. Mancata richiesta di aiuto. Silenzio. Sconfitta. Solitudine.

 

Sono questi i termini su cui  iniziare una riflessione.

Negli ultimi giorni un fatto di cronaca ha risvegliato le nostre coscienze e probabilmente in questi casi la reazione più frequente è interrogarsi sulle motivazioni che possono spingere una persona a compiere un simile gesto così estremo.

“Una tragedia simile poteva essere evitata”. È questa la frase più quotata.

Lo scopo in questa sede non è cercare né la vittima né il carnefice. Finiremmo per essere tutti colpevoli.

Senza entrare nel merito di quest’ultimo fatto di cronaca, una riflessione a grandi linee però può e deve essere fatta.

Molto più spesso, oggi, in una società che ha fretta, in cui le relazioni stanno diventando sempre più “digitali”, in cui siamo costantemente connessi, siamo in realtà sempre più “disconnessi” da noi stessi e dagli altri. Si finisce per ritrovarsi in una eterna competizione, anche con se stessi, quasi come se si fosse in continua lotta per primeggiare e dove il più “debole” alla fine esce sconfitto.

Ma la sconfitta vera di chi è?

In realtà a perdere siamo tutti. Ognuno è complice di questa sconfitta. Ritrovarsi a provare profonda tristezza ne è già un segnale. Pensare poi che sarebbe stato un evento evitabile, ne costituisce un altro.

Si fallisce sempre di più nel comunicare con i nostri simili. Capita sempre più spesso che anziché ascoltare, udiamo, a volte anche distrattamente, segnali che l’altra persona ci rimanda in richiesta di aiuto, ma che non intendiamo. Dov’è finita l’empatia? Quella “strana” capacità di cui in tanti hanno sentito parlare, ma che raramente si riesce ad esperire. Questa capacità di comprendere appieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia che di dolore, fa parte dell’essere umano da sempre, ma sembra molto spesso dimenticata. Se riflettiamo sul significato etimologico del termine ossia “sentire dentro” – “mettersi nei panni dell’altro”, arriviamo a capire come l’incontro con l’altro sfruttando questa nostra capacità, ci farebbe conoscere l’altro da noi profondamente attraverso una relazione significativa.

Allora cosa accade quando ci si sente soli? L’incontro con l’altro, di cui potersi fidare, non avviene, non ci si sente accolti e si finisce per preferire il silenzio. Possono comparire sentimenti di vergogna che riguardano l’autovalutazione che facciamo di noi stessi e che difficilmente riusciremmo ad esternare per arrivare ad una richiesta di aiuto.

Quando si è soli si rimane poi in silenzio. Un silenzio assordante che riempie i nostri pensieri costantemente presenti. Pensieri di valutazione su se stessi, sul non sentirsi all’altezza né rispetto alle proprie richieste o aspettative né rispetto a quelle poste dagli altri. Emerge il dolore, la rabbia, la colpa, la disperazione per questo presunto fallimento, la frustrazione.

Di fronte a questo scenario bisognerebbe essere attrezzati e sapere come utilizzare le proprie risorse in maniera proficua. Creare una rete di sostegno il più delle volte diventa un elemento indispensabile, potremmo definirlo un “salvavita”, poiché dove non arriva la rete familiare può arrivare quella amicale, informale o ancora, se fallisce anche quest’ultima, potrebbe arrivare quella dei professionisti del settore.

Abbiamo perso tutti. Non abbiamo imparato ancora ad ascoltare permettendo all’altro di sentirsi pienamente rispettato nel suo essere, a comunicare in modo significativo e ad accogliere l’altro così com’è, con le sue potenzialità e le sue umane debolezze.

A cura di Antonella Bersano

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