Il viaggio nei colori perduti del Vesuvio

Quando il linguaggio artistico si fonde con il disastro del paesaggio ambientale.

Si è inaugurata venerdì 6 aprile al Tarumbò di Scafati la performance fotografica di Ciro Ciliberti :“Vesuvius – in elegia delle nude ceneri ”  presentata da testi curati da Franco Cipriano ed Elio Goka.
La mostra è un percorso di immagini che non vuole essere la solita e classica rappresentazione del vulcano Vesuvio, ma una visione che rimarca le sue debolezze e le sofferenze che lo hanno interessato di recente. Non è, dunque, una prospettiva da panorama, ma di denuncia di uno stato di abbandono e di costante frantumazione della natura.
Si è abituati a rappresentarlo in modo decorativo, in chiave paesaggistica o come elemento accessorio e di completamento di una bellezza che già circonda le nostre terre.
Attraverso gli scatti di Ciliberti viene rimarcato lo stato patologico del Vesuvio, l’accumulo di debolezze  e sofferenze di qualcosa che si è soliti immaginare e osservare come potente e prepotente, ma che in realtà vive anch’esso prigioniero delle follie, dell’indifferenza e dell’incuria umana.
Tutto ciò ben si sposa, tra l’altro, con quelli che sono gli scopi della fotografia performativa che, fin dalla sua nascita, ha come obiettivo quello di immortalate attraverso il mezzo fotografico ciò che l’artista vuole esprimere che sia -in chiave critica- il rapporto intrinseco con il suo ambiente sociale, che sia la memoria, il simbolismo o la provocazione.

E’ così che Ciliberti ha inteso sviscerare ciò che spesso viene taciuto o semplicemente lasciato andare nel calderone dell’oblio, coinvolgendo e proiettando lo spettatore in immagini provocatorie che mirano a scuoterlo dal torpore intellettuale che ha ormai preso piede nella società odierna spostando, in questo modo, lo sguardo in una realtà trasformata in cui fuoco e cenere si sovrappongono alla spontaneità della natura.
Nelle fotografie si legge lo stato della vegetazione, ormai incenerita e sotterrata dal materialismo e dal consumismo dell’essere umano, che ora versa in un immobilismo paralizzante.

Stampe fotografiche di grande e piccolo formato, dove ciò che risalta all’occhio è l’inibizione, la privazione dei colori che sono propri di un paesaggio ritratto fin dall’antichità.

Qui lo spettatore non si trova davanti all’immagine tradizionale del vulcano più conosciuto al mondo; il volto non è quello di un gigante forzuto e imperante, che come per Andy Warhol esplode di colori e vivacità. In Ciliberti lo ritroviamo nella sua versione più debole, inespressivo e ammutolito nella sua potenza e nel suo orgoglio.

In uno scenario che colloca la fine e la morte come figure predominanti si intravede, tuttavia, la presenza di un nudo femminile che vuole riflettere, seppur in maniera lontana ed indiretta, un barlume di bellezza e di romanticismo, doti generalmente ricollegate al corpo femminile ed è in questa presenza spenta che l’artista non vuole annientare ciò che di positivo comunque la sua terra fa germogliare. La realtà appena descritta altro non riflette se non la criticità e quel senso di mutevolezza che sta interessando l’arte negli ultimi decenni, che si sente chiamata in causa ad esprimere lo stato di abbandono, caos, dispersione e disorientamento che l’uomo sta attraversando socialmente e storicamente. Un universo di smarrimento dove anche la natura è relegata all’indifferenza dell’uomo il quale recide il suo rapporto con essa. E questo si ripercuote sulle ispirazioni dell’artista il quale ricorda come   “il nostro martoriato territorio non è stato risparmiato dall’azione malvagia dell’uomo ed è stato rovinosamente compromesso dai veleni gettati. Ed è per questo che la natura sta cominciando a vendicarsi”.
La città di Scafati ha quindi avuto la possibilità di riflettere, attraverso la maestria artistica di Ciliberti, sul delicato e angustio tema del legame individuo-territorio. Un tema che è stato reso accessibile soprattutto ad una platea giovane di spettatori. Difatti, la mostra si è svolta negli spazi del Tarumbò, locale di recente apertura e luogo di aggregazione giovanile.  L’occasione di ospitare una mostra fotografica concretizza l’idea, dice il proprietario Vincent Smaldone, “ di creare un luogo inclusivo dove poter esprimere arte a 360° e non solo  attraverso la musica, ma anche attraverso le tecniche grafiche. Io e l’altro socio, Mario Paolucci, veniamo da esperienze di intrattenimento o da prestazioni in ambito teatrale e mostre. Da questa unione ne è scaturito un mix che fa si che oggi a Scafati ci sia un luogo dove l’arte può essere espressa da tutti”.
La disponibilità resa dal Tarumbò colma le lacune della città di Scafati, in ordine alle assenze di strutture adeguate ad ospitare questo tipo di eventi, considerato che gli edifici pubblici quali il Real Polverificio Borbonico, ancorché siano enormemente utili a questo tipo di finalità, attualmente non permettono di dare spazio e visibilità agli artisti scafatesi.

A cura di Annalisa Giordano

 

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