Michele Grimaldi: continua a cercare, riprende a viaggiare

Lo incontro per la “Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore”, Michele Grimaldi. Bizzarra coincidenza. Ho da poco terminato la lettura del suo libro, “La Macchia Urbana”, e come scrisse una volta David Salinger, “i libri quando li hai finiti di leggere, vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Michele però risponde davvero alla mia chiamata. Mi si presenta in Villa Comunale a Scafati in giacca marrone, passo svelto e zaino in spalla. Mi parla del suo prossimo impegno in radio Left Wing, mi racconta di “Flint Town”, l’ultima serie tv che ha visto su Netflix, rappresentazione securitaria della città, certamente differente dalla sua, e dei suoi prossimi impegni letterari. Copywriter di professione, politico per idealità ed intellettuale polimorfo, Michele crede nel funzionamento di una cultura non di massa, pensiero d’impronta gramsciana e di Don Milani, secondo cui l’obiettivo della politica sia la trasformazione della plebe in popolo, per cui la democrazia si sostanzia quanto tutti hanno la possibilità e gli strumenti di poter scegliere, in un’epoca, invece, in cui la società subisce una cultura orientata tramite i TIncTec, per cui chi ha più soldi per promuovere un’idea la rende egemone in una società che tra l’altro non ha gli strumenti per recepirla. Intanto, lui continua a reagire alle delusioni con viscerale impegno, ricambia i sorrisi, prova a sbagliare di testa sua, ma non smette di scavare. Ancora e ancora.

Da dove nasce l’esigenza de “La Macchia Urbana”?
«L’idea del libro nasce da più vicende, prima di tutto dall’esigenza di riflettere in maniera collettiva, in questi tempi di comunicazione veloce in cui sembra che tutto debba essere racchiuso in un tweet o in uno stato su Facebook. La certezza poi, che il mio campo politico e culturale sia arrivato ad una sconfitta storica, che non riguarda solo l’Italia e l’Europa, ma il mondo intero. La convinzione che la disuguaglianza abbia vinto e che quindi le forze che debbano avere a cuore l’uguaglianza, il progresso e la democrazia abbiano perso. C’era un grande economista che concludeva i suoi scritti con la frase “continuare a cercare”, e io ho avvertito la stessa necessità di iniziare e continuare a cercare. Mi sono reso conto che ad un certo punto le nostre parole si sono perse, sono diventate nostro avversario e piuttosto che combattere la povertà, abbiamo cominciato a combattere i poveri, abbiamo pensato che in una città il problema sia il migrante che vive qui da tanto tempo, anziché chi gestisce il traffico di droga o specula sull’edilizia. Ho cominciato a riprendere vecchi appunti, a leggere, a studiare. “La Macchia Urbana” è un libro con cui ho litigato molto. Tornavo indietro, viaggiavo nel tempo e nello spazio non solo nel contenuto, ma nella stesura stessa del libro. Non sapevo dove sarei arrivato, ma ho provato a spogliarmi di convinzioni, ideologie, preconcetti, ho provato a far scorrere un flusso di conoscenza e riflessione. Volevo scrivere un libro su quello che vedevo: città frammentaria e attraversata da disuguaglianza.»

Nella parte seconda del libro definisci la città come “il luogo storico e geografico dell’incontro e dello scontro tra innovazione e conservazione, diritti e privilegio, progresso e speculazione”. E Scafati dov’è?
«Scafati è in tutto il libro, anche se non ne ho parlato esplicitamente, perché volevo liberarlo dalla cronaca e dall’attualità politica e realizzare una lettura adattabile a ieri e ad oggi. In realtà poi nel testo tutto è applicabile a Scafati o a Napoli, è tutto molto vivo.»

Difatti le tre parti che compongono il libro sembrano vissute anche a Scafati.
«Sì, quando nel libro parlo di rendita urbana e fondiaria, penso alla Scafati degli anni cinquanta e all’espansione edilizia negli anni settanta e ottanta. Quando parlo di gentrification, penso al nostro centro storico che oggi vive a metà tra l’esclusione dei vecchi abitanti laddove c’è un processo di speculazione – tentato, pensato o presunto – e le difficoltà dei centri storici non riqualificati delle grandi città. Penso che la criminalità organizzata e la camorra siano il principale agente tra quella che è la rendita immobiliare e la rendita finanziaria: chi altro e chi meglio possa gestire le occupazioni abusive, le costruzioni e speculare sugli aumenti di volumetria.»

Sui social hai utilizzato l’espediente comunicativo del “chi lo avrebbe mai detto” per commentare gli ultimi fatti di cronaca della nostra città, secondo cui per anni i Casalesi avrebbero pilotato tutti gli appalti comunali a Scafati. Più che come uomo politico, come reagisce un cittadino come te di fronte a tale evidenza? Soprattutto dopo averlo sottolineato per anni.
«Dal 2012 abbiamo provato a dirlo, a volte in solitudine, a volte presi in giro, canzonati come “comunisti estremisti”. A volte i peggiori attacchi provenivano dalla sinistra, piuttosto che dalla destra. Non c’è soddisfazione nel vedere di avere ragione in questo caso. C’è preoccupazione, c’è dispiacere. Oggi abbiamo la prova amministrativo-giudiziaria del fatto che immani quantità di fondi destinati a questa città siano finiti in un circuito criminale, svenduti da qualcuno per meri interessi personali, anziché utilizzarli a riqualificare posti come quello in cui ci troviamo in questo momento, una Villa Comunale decadente, opportunità turistica di sviluppo mancata.»

Ricucire la città, come scrivi nella terza parte de La Macchia Urbana. Come ricuciresti Scafati?
«Scafati è una città che ha perso un’identità. L’ampliamento edilizio degli anni settanta e ottanta, e l’immane aumento della popolazione, hanno cancellato in qualche modo i segni della città, la sua storia, e non parlo dell’aspetto materiale, la casa o la strada, ma del suo motivo sentimentale. Oggi si fa fatica a riconoscere i segni della città. Io posso riconoscere la torretta in Villa, perché ci ho letto un libro, o la piazza, perché ci ho visto un concerto, ma oggi i cittadini scafatesi non sentono la città come propria, perché non l’hanno attraversata. Per ricostruire Scafati partirei dalla sua identità, condivisa e collettiva. Io credo che la distruzione della sua identità sia stato un atto volontario, non casuale, perché l’abbattimento di un tessuto identitario ti permette di fiaccare qualsiasi resistenza. Al contrario, una città con forte identità resiste, è una città che si oppone, non subisce, come nel caso della chiusura dell’Ospedale Mauro Scarlato. Una città nella quale s’inaugurano finte opere pubbliche e si spostano i fondi per la riqualificazione del Centro Storico per asfaltare quattro strade che dopo un anno necessitano dello stesso asfalto, è una città che reagisce, non lo vive supinamente e si accontenta della notte bianca o del concerto a Capodanno, con due giorni colorati e trecentosessantatré al buio.»

Fatto quello?
«C’è il tema del collegamento urbanistico della città, che storicamente, ma oggi ancora di più, è divisa. A Roma si dice “vado a Trastevere”, per indicare un altro quartiere della città, qui invece diciamo “vado a San Pietro” o “ci vediamo al 31”. Questo è il segno di tante microidentità, non di una appartenenza definita. C’è bisogno quindi di ricreare spazi pubblici condivisi, un circuito culturale organizzato, come quello della Biblioteca o delle attività culturali che continuano a nascere.»

Quanto fanno bene realtà come “Sei di Scafati se…” alla città?
«Come ogni cosa ha i suoi lati positivi e negativi. Sicuramente il lavoro di persone come Sebastiano Sabbatino è utilissimo per la creazione di un’identità, in altri casi può diventare lo specchio di un populismo becero, in cui chiunque si sente in diritto di dire la propria, senza giustificazioni, studio o dati reali. Resto dell’idea però che la “piazza del paese” non fosse molto diversa cinquant’anni fa.»

Quindi non sei nostalgico dei tempi andati, dei tuoi anni ’80?
«Ma gli anni ottanta che oggi ricordiamo erano lo yuppismo, i cellulari con le antenne, le macchine decappottabili e i paninari.»

Come ce li racconta Stranger Things insomma.
«Esattamente. Io penso che la nostalgia sia un sentimento reazionario, noi invece abbiamo bisogno di ricordo e di tradizione. La nostalgia è un sentimento pericoloso, ci vende l’idea che solo il passato sia bello e che non potrà tornare più.»

E quindi come la ricordi la tua personale Scafati?
«La ricordo tra la “Tommaso Anardi” alla scuola media, la Villa Comunale che frequentavo con mia nonna, Corso Trieste e la bottega di mio nonno, che era un po’ una sezione distaccata del Partito Comunista,Via Togliatti dove giocavo a pallone. Ricordo però una città vivibile, che attraversavo a piedi, in cui ci riconoscevamo tutti.»

La prima idea era “la città” e hai sviluppato un percorso scientifico e di ricerca, ma esiste un “poi letterario” dopo La Macchia Urbana?
«Questo libro è scientifico sì, ma è anche militante, perché sto provando a dare una visione del mondo e sto girando l’Italia per le presentazioni per fare proprio questo. Mi piacerebbe scrivere qualcosa di più narrativo però, trovare una chiave di lettura differente. Probabilmente ci impiegherò tantissimo, perché ho un rispetto sacro per la scrittura e penso che prima di permetterti di pubblicare, devi aver riletto e riscritto, riletto e riscritto. C’è una bella frase de “Lo Stato Sociale” che recita, “si parla per non ascoltare e si scrive per non leggere”, e credo che sia questo uno dei più gravi problemi della nostra società. Tutti sono per gli output, nessuno, o pochissimi, per gli input.»

E quanto legge Michele Grimaldi?
«Abbastanza, adoro leggere e leggo di tutto, letteratura rossa, romanzi americani, saggistica. E lo faccio in maniera molto confusa, così come per la musica, passo da De André a Tiziano Ferro senza esitazione. Dobbiamo provare a rifuggire dallo stereotipo: io sono di sinistra e quindi devo indossare la giacca marrone, ascoltare De André, Guccini ed essere triste.»

La giacca marrone però la indossi.
«La giacca ce l’ho perché mi piace! Ma bisogna fare ciò che ci piace.»

Cosa ricordi, invece, del periodo come Consigliere Comunale a Scafati?
«Un sacco di sigarette ed il dramma di non poter fumare durante i Consigli!»

È proprio la risposta che ci si aspetta da un vero fumatore.
«Esatto, ma a parte le sigarette, ricordo un periodo molto bello, ma difficile. Hai la sensazione vera di servire la tua città e fare cose concrete. Quello che produci avrà un reale impatto sulla popolazione, perché la politica senza l’idealità non esiste, ma la politica senza la realizzazione pratica nemmeno. È proprio lì un pezzo complementare dell’agire politico.»

Infatti in meno di due anni hai prodotto circa quarantacinque tra mozioni, interrogazioni ed interpellanze, una sorta di record.
«Ma sì, perché penso che se un cittadino ti sceglie e ti vota, hai il dovere di fare ciò che hai detto. Così, la prima cosa che feci fu la mozione sui diritti civili, poi sulla sicurezza urbana e la ludopatia. Io studiavo tantissimo prima dei Consigli Comunali e c’erano tanti colleghi che facevano lo stesso, ma molti altri non avevano neanche la minima idea di cosa stessimo parlando e la cosa mi destava profonda perplessità.»

E Michele ragazzo sognava di fare tutto questo da adulto?
«Sognavo di scrivere, anche se da bambino volevo fare l’archeologo, ma il mio è stato un percorso strano. Ho cominciato con il sindacato studentesco, poi mi sono ritrovato a fare il Dirigente Regionale dell’organizzazione giovanile, poi ho completamente smesso. In seguito ho ripreso e mi sono ritrovato sbarcato a Roma, poi ho chiuso di nuovo e alla fine mi sono ritrovato qui. Anche per una mia insofferenza caratteriale, ora sono Segretario di Sezione del PD a Scafati.»

E cosa significa essere militante nel 2018? Sembra quasi un’utopia.
«Io sono cresciuto nell’ottica in cui la militanza corrispondeva innanzitutto ad un fattore di sacrificio. Quando organizzavi la Festa dell’Unità, montare fisicamente i gazebo, fare la guardia di notte, servire ai tavoli, non era solo un atto di volontariato per qualcosa in cui credevi, ma la realizzazione plastica in scala ridotta dell’idea di società che avevi in testa. Per quanto minoritarie rispetto ad un selfie ben vestito, attività del genere andrebbero difese, perché pedagogiche ed educative. Insegnano che la politica è un dare, è soprattutto sacrificio, perché viene prima il Paese, poi il partito e poi tu. Essere militante significa conservare questo spirito.»

E difatti l’epigrafe della tua “macchia urbana” recita la poesia di Alekos Panagulis, “Ma continuavo a viaggiare / conoscendo il valore della nave / conoscendo il valore della merce”.
«Sì, questa è una poesia che adoro di Panagulis, che scrive in carcere durante il periodo di prigionia. Lui è uno di quelli che ha vissuto la sua militanza politica con tantissime idealità, poche vittorie ed infinite sconfitte. È una persona difficile, un uomo scontroso, pieno di difetti e vizi, ma la sua scelta finale è quella più ardua. Quindi, in quest’epoca di perfezione mi piaceva dare un omaggio a quest’uomo che ha dato la sua vita per un’idea, ma che era brutto, sporco e cattivo, perché la verità è brutta, sporca e cattiva.»

E nonostante tutto, lui decise di continuare a viaggiare. Un po’ come fai tu.
«Sì, o almeno riprendo a viaggiare.»

A cura di Benedetta Ferrara

Foto di Alessandra Scarpa

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