Giovanni Ragozzino: talento e purezza nella scena teatrale campana

L’artista scafatese sarà in scena con “Patrizia” il 19 e 20 maggio al Teatro San Francesco

Mi accoglie tra centinaia di poltrone blu cobalto all’interno del Teatro San Francesco di Scafati. Giovanni Ragozzino è un fuoco che scoppia, che non si arresta. Ha mille idee, un impiego da macchinista, ma una passione vulcanica per il teatro. Dopo aver lavorato per oltre dieci anni come autore per terzi, nel 2015 decide di dare finalmente vita ad una sua idea di teatro con la compagnia “Maschere di Creta”.
A Giovanni piace vivere di forti emozioni. Non è intimorito dal commuoversi davanti ad un estraneo, sa ancora che cosa vuol dire sentirsi bambini in un corpo un po’ più maturo. Scrive i suoi spettacoli inchiodato da una furia creativa invalicabile, “Mio figlio dice che sono posseduto”, mi racconta ridendo. Sceglie gli attori della compagnia, si avvale di professionisti per la scelta della scenografia, delle musiche e dei costumi. Crede nella purezza della nobile arte e vi si avvicina in punta di piedi, studiando, leggendo, osservando. Azzarda con rispetto, con reale venerazione nei confronti del palcoscenico ed ossequio verso il pubblico. Dopo il successo di “Giggino Scornalavacca e il mistero della papera guardiana” e “Pitosce”, ritorna al Teatro San Francesco con “Patrizia”, il 19 e 20 maggio.

Quando comincia il tuo percorso teatrale?
A quattordici anni ho recitato in una commedia per la prima volta. Negli ultimi venti anni il mio percorso teatrale si è intensificato, recitavo in almeno una commedia all’anno, ho partecipato a due laboratori teatrali importanti, uno dei quali di regia, con famosi attori del panorama napoletano, da Benedetto Casillo a Lello Arena. Mi sono così reso conto quanto il teatro sia terapeutico e con “Maschere di Creta”, anno dopo anno, provo ad accogliere ragazzi che stanno attraversando momenti difficili. Voglio creare un posto che possa aiutarli, anche se in un numero limitato, così da potersi meglio concentrare, altrimenti creerei una di quelle compagnie…

Una di quelle compagnie di cui Scafati è piena.
Sì, compagnie che a me non interessano. Io voglio avere la possibilità di interagire con i ragazzi, soprattutto se stanno attraversando periodi non facilissimi. Mi piace poter dare loro un po’ di serenità e per fare questo mi avvalgo di professionisti, come mio figlio Ottavio, già laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche, che sta ora specializzandosi in Psicologia Clinica. Anche se nel gruppo ci sono persone di tutte le età, in particolare i più giovani stanno crescendo con il teatro e con commedie piacevoli, ben eseguite, intrise di tematiche importanti.

Infatti il tuo ultimo spettacolo, “Patrizia”, fa parte di una trilogia dedicata al rapporto tra padre e figlie.
Sì, perché la mia compagnia è al femminile, ci sono nove donne e tre uomini. Credo molto nella forza delle donne. Ad esempio “Pitosce”, la commedia precedente, era proprio dedicata alle mamme. In quel caso il titolo della commedia nasceva come suono onomatopeico, che si usa in alcuni villaggi dell’Africa per identificare le donne che raccolgono i bambini malati di Aids abbandonati. Inoltre, essendo io sostenitore di “Trame Africane”, tutti i miei spettacoli sono finalizzati a questa meravigliosa realtà di volontariato.

Oltre alle donne, possiamo affermare quanto il lieto fine sia molto caro al Ragozzino scrittore.
Sì, perché sono dell’idea che qualsiasi cosa possa succedere nella vita di una persona, io mi auguro sempre che ci sia il lieto fine.

Il Ragozzino regista, invece, come struttura le prove con la compagnia?
Una delle sfide maggiori è quella di allontanare la caratterialità dell’attore dal personaggio, quanto più distanti sono, migliore sarà l’interpretazione in scena. Ad esempio, a chi è particolarmente brillante affido un personaggio più cupo, perché questa è reale recitazione, altrimenti si finisce per interpretare se stessi, come capita spesso di assistere negli spettacoli di molte compagnie amatoriali del territorio. Sulla scia del successo precedente, io avrei potuto riscrivere lo stesso spettacolo, ed invece sono dell’idea che bisogna rinnovare e rinnovarsi di volta in volta, rivoluzionarsi sempre, altrimenti il pubblico dopo il terzo spettacolo sempre uguale inizia a non seguirci più.

Cosa significa fare teatro a Scafati?
Io comincio sempre al Teatro San Francesco, che rappresenta il mio primo testing. Se lo supera, allora porto la commedia altrove, in Campania. Qualora non andasse bene il primo test, mi fermo, non vado oltre, perché sono dell’avviso che il teatro non deve morire, eppure qui sta morendo. Ci si improvvisa registi, attori, nessuno è disposto ad aprire un libro ed approfondire.

E cosa fa Ragozzino, professionista del teatro, per migliorarsi?
Io credo che il pubblico debba entrare in sala, sedersi in poltrona e farsi risucchiare dal palcoscenico. La risata e la commozione sono due aspetti dello stesso sentimento, allora io dico che accompagno le persone attraverso la risata, perché è ciò che si ricorda della vita. Io ricordo gli eventi importanti della mia vita, dal matrimonio alla nascita dei miei figli. Ho dimenticato, invece, le risate fatte ad una cena, perché sfuggono. Allora sono convinto che questa sia una delle strade da imboccare nel teatro e con le prime due commedie è stato così. Il pubblico ancora oggi mi ferma per strada e mi ricorda certi momenti dei miei spettacoli. Avrà sicuramente dimenticato le battute, ma le risate no.

I bambini sono un altro aspetto fondamentale delle tue commedie.
Sì, in ogni commedia inserisco un angolo dedicato ai bambini. Ad esempio in “Giggino Scornalavacca e il mistero della papera guardiana”, per sfuggire ad un malavitoso, mi travesto dal bambolotto, “Cicciobello”, e ancora oggi molti bambini mi chiamano con questo appellativo perché ricordano la scena. In “Pitosce”, invece, indosso una camicia che ha lo stessa fantasia del tessuto della tovaglia in una trattoria. Il mio era un personaggio serissimo che viene però ricollocato in un’atmosfera più divertente. Questi sono i dettagli o le scene particolareggianti che restano fissi nella mente di un bambino.

Cosa si aspetta Ragozzino uomo invece da questo percorso teatrale?
Siccome sto per andare in pensione, spero che questo possa essere un progetto a lungo termine. Abbiamo ormai stabilito che ho una vena creativa molto sviluppata ed è per questo, che voglio continuare a fare teatro per molto tempo ancora. Mi piace poi studiare, approfondire. I ragazzi della compagnia mi chiamano “Aggio pensat ‘na cosa!”, perché ad ogni prova urlo questa frase, immaginando sempre dettagli nuovi per lo spettacolo. E poi mi piace lavorare con i miei ragazzi, perché sono ricettivi, molto curiosi. Nella mia compagnia ci sono, ad esempio, due attrici sorelle e gemelle che portano all’esasperazione qualsiasi cosa io suggerisca loro e alla fine portano in scena personaggi fantastici, lontanissimi dal loro modo di essere. Sono così naturali che m’innamoro.

E quindi abbiamo scoperto che Ragozzino si innamora dei suoi stessi personaggi.
Assolutamente, in modo morboso, nel senso che ogni personaggio è come se fosse un mio figlio. E quindi dopo otto mesi, nel momento in cui sono messi in scena, mi sento come se avessi scalato una montagna, sono finalmente in cima ed ho la possibilità di ammirare un panorama mozzafiato. Il teatro per me significa questo, sensazione che provo fin da ragazzo. Mia mamma, infatti, mi dice sempre che mentre i miei fratelli cercavano la poesia da leggere, io già stavo mettendo in scena uno spettacolo!

Un’altra caratteristica dei tuoi spettacoli è l’accuratezza della scenografia.
Esattamente, io mi avvalgo sempre di grandi professionisti, dal geometra al paesaggista. Il pubblico deve rilassarsi e per fare questo, deve entrare in un ambiente sereno. Ecco perché lo studio della scenografia passa anche dalla mente di vetrinisti. Le scene devono essere pulite, essenziali, composte ed eleganti. Sono studiate mesi prima, così come per le musiche, create e composte per la commedia stessa. In “Patrizia”, ad esempio, una delle canzoni è proprio una mia composizione in musica e testo e rappresenta il cuore della commedia: il momento in cui il mio personaggio ha la possibilità di interagire con la figlia e per chiederle scusa, canta una canzone su una musica proveniente da un carillon. Cantano entrambi come in una liberazione di gioia.

Hai gli occhi emozionati… Ti commuove raccontare questa scena.
Sì, perché riabbracciare l’attrice, la protagonista di una storia irreale, è come riabbracciare mia figlia tornata dopo un lungo viaggio. Il fatto di vivere i sentimenti in questo modo fa sì che la commedia sia realmente vissuta. Una sola cosa condivido con il pensiero di Bukowski, lui diceva, “Bisogna sentire il gusto del caffè, e se il caffè è bruciato, lo deve essere realmente”. E nella mia commedia succede proprio questo. Nel momento in cui ritrovo mia figlia, Giovanni Ragozzino che interpreta il ruolo di Pasquale deve avere davvero la sensazione di aver ritrovato la propria figlia. Ed è una cosa meravigliosa, un’emozione che auguro a chiunque.

Magari nel tuo caso sentire emozioni del genere risulta naturale, tu sei uomo di teatro, con una immensa passione ed un talento coltivato fin da bambino. Ma come s’insegna, invece, ad un ragazzo di quattordici anni a sentirle davvero queste emozioni?
Io faccio una ricostruzione sui personaggi prima di iniziare una commedia, anche se sembra irreale. Ti faccio un esempio: Sabrina interpreta Patrizia, personaggio di fantasia di cui non si conosce niente. Sabrina per interpretare il suo personaggio deve partire da una storia che crea nella sua testa. Patrizia ha vent’anni, quindi Sabrina ricostruisce mentalmente tutti i passaggi che il suo personaggio ha superato per arrivare a quell’età, dalle elementari fino al liceo, gli amici, il fidanzato. Le emozioni si costruiscono un pezzo alla volta sulla storia. I ragazzi sono abituati ad entrare pian piano nella mente e nell’anima del proprio personaggio, facciamo quasi un percorso di innamoramento. Devono identificarsi talmente nel personaggio che durante i mesi di prove precedenti allo spettacolo, provano a comportarsi come il loro personaggio. Sembra irreale, ma è così. Con i più piccoli, invece, facciamo veri e propri percorsi psicologici. Ad esempio, c’è un’attrice della compagnia che ha il ruolo di una malvivente. Straordinariamente il suo personaggio sta prendendo vita da solo, dobbiamo addirittura controllarla, perché ha talmente preso a cuore il suo personaggio che fa delle cose non previste dal copione con una naturalezza grandiosa, tanto da arrivare quasi a spaventarmi!

Cosa pensa Ragozzino autore, regista e attore della scena teatrale scafatese?
A Scafati c’è l’abitudine di portare in scena quasi sempre le stesse commedie. La mia prima commedia, invece, è stata una sfida. Una storia paradossale, inverosimile, eppure mi ha portato a vincere un concorso nazionale. Io decisi di osare. Invece qui si mette in scena per l’ennesima volta la stessa commedia di Di Maio e si è felici di farlo. Abbiamo poi, compagnie “mangiasoldi” che riempiono le serate con lotterie, musiche latino-americane, solo per fare cassa. Ed è questa la vera umiliazione del teatro, che invece è purezza. Si alza il sipario, si mette in scena lo spettacolo e si saluta il pubblico.

I rappresentanti di queste compagnie potrebbero però risponderti che con i loro spettacoli stanno aiutando i ragazzi a non stare in strada e a dedicarsi ad un’attività concreta.
Io penso che per avere a che fare con i ragazzi, bisogna essere specializzati. A Scafati le associazioni nascono quasi solo ed esclusivamente per fare cassa. La naturalezza deve esserci soprattutto nel trasmettere la passione nei bambini e nei ragazzi, non affermare di averli allontanati dalla strada, ma farli crescere nel teatro, organizzare dei veri e propri laboratori.

In questo caso penso sia più corretto chiamarle “associazioni culturali”, piuttosto che “compagnie teatrali”.
Perfetto, è proprio questo il punto. Anche io potrei fare cassa con i miei spettacoli, ma ho fatto una scelta differente. Chi osa troppo, alla fine rotola.

Più precisamente, chi osa troppo, ma senza reali competenze.
Esattamente, rotola rovinosamente. Allora io penso che sia meglio fare un passettino alla volta. Le musiche del mio spettacolo sono ideate e composte da Alberto Spisso, un uomo straordinario che vive in una casa con diciotto chitarre e che lavora ai miei spettacoli gratuitamente. Assunta Sicignano s’interessa esclusivamente alla selezione dei costumi, perché devono avere una logica generale, un’armonia. Giosuè Formisano mi fa da consulente artistico, lavora da quarant’anni nel teatro, ma ha ancora l’umiltà di saper ascoltare. Io credo in questo, credo fermamente che l’umiltà nel teatro sia indispensabile.

Quindi il teatro per te è passione, umiltà, purezza, professionalità.
Sì, per me il teatro è tutto questo, è come una vacanza. Investo dei soldi di mia proprietà. Non mi interessa il guadagno, io con l’incasso ci pago solo le spese, il resto va a “Trame Africane”. Il teatro rappresenta un’esperienza meravigliosa, proprio come se avessi fatto una vacanza in un posto incantevole. Le emozioni che ho provato durante le prove con i ragazzi, che provo durante la messa in scena, non hanno prezzo.

E allora cosa deve aspettarsi il pubblico da “Patrizia”, l’ultima commedia di una trilogia di successo.
La stessa atmosfera di garbo che hanno vissuto con i primi due spettacoli. La commedia inizierà in orario, perché questa per me è una prima ed importantissima forma di rispetto nei confronti del pubblico. Ci saranno attimi di tensione, misti a momenti di gioia, scene talmente reali che gli attori sembreranno davvero padre e figlia, fratelli e sorelle.

A cura di Benedetta Ferrara
Foto di Alessandra Scarpa

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