Gli “S-GUARDI” di Giovanni Alfano

“L’essenziale è invisibile agli occhi”

Di fronte al potere di informazione, discussione e manipolazione dei mass media la capacità di comunicazione delle arti visive oggi appare spesso debole e priva di reale efficacia e ci si interroga sempre di più se le stesse arti possano ancora avere quel ruolo che un tempo oltrepassava la dimensione estetica per raggiungere lo spazio nobile della protesta, dell’impegno, della denuncia e del dissenso civile.
È innegabile infatti che la pittura, ad esempio, abbia perso quell’antica facoltà di trasmissione di contenuti simbolici, politici o religiosi che ha fondato prima i grandi cicli decorativi e poi molte altre opere “impegnate” e destinate non solo a un pubblico colto ma a una più vasta fruizione che coinvolgeva tutti gli strati sociali attraverso la complessa sovrapposizione dei suoi messaggi palesi e metaforici.
Tuttavia la pittura e le arti visive possiedono ancora una capacità di analisi che rende possibile il superamento del carattere effimero e contingente delle comunicazioni di massa grazie a un dialogo che prevede un utilizzo di molti elementi dei loro linguaggi mediatici, saccheggiati e ampliati in una più lenta e meditata dimensione di approfondimento e riflessione.
La mostra di Giovanni Alfano dal titolo “S-GUARDI, Imago imaginis” al Tarumbò di Scafati non è concepita come una raccolta di opere slegate e non intende rappresentare una semplice galleria di ritratti, ma è stata accuratamente progettata come una vera e propria installazione che parte da immagini che ritraggono figure femminili la cui espressività è trasmessa soprattutto dai volti ed in particolare dagli sguardi o dalla loro negazione, occhi chiusi che comunicano stati d’animo. La scelta di una tavolozza monocroma fondata su un bruno che vira verso il grigio collocato a forte contrasto con il fondo bianco delle tele aumenta poi la forza del dialogo tra lo sguardo dei personaggi ritratti e quello degli spettatori.
Va notato inoltre come Giovanni Alfano usi un metodo sapiente per inquadrare i suoi volti. L’artista, con una soluzione di grande efficacia comunicativa e metaforica, sceglie spesso di non rappresentare i ritratti completi dei protagonisti di questo progetto che sono invece inseriti in una struttura compositiva che dà maggiore energia alla loro profondità espressiva grazie alla soluzione di primissimi piani che entrano in contatto diretto con la nostra percezione.
Ciascuno di loro è immobile, concentrato su se stesso, ma si lasciano guardare dagli occhi curiosi di chi, con sguardo sensibile, trova nel linguaggio dell’arte molteplici direzioni d’indagine. Il volto coperto non lascia alcuna possibilità di contatto, perciò l’unica soluzione di rapportarsi con loro sono i dettagli, come le deliziose ballerine della scolara, le Kikers del bambino, il velo o le scarpe delle spose. Ogni oggetto trasmette informazioni precise e solo così li possiamo sentire familiari pur nella distanza.
«Le immagini di Giovanni Alfano – scrive Franco Cipriano – sono segnali di uno straniamento della pittura, indicando una via obliqua dell’immagine, che nella sua unicità raddoppia nell’inesprimibile il senso del visibile. Sono icone di una impossibilità dello sguardo, si ritraggono nel loro stato immaginale come a farsi visioni della loro lontananza. Celare il volto è rivoltare l’identità verso l’irrappresentabile dell’immagine, paradossale varco verso l’altro di sé, abisso del dif-ferirsi: in questo mondo ma non di questo mondo. Hanno l’aura ieratica delle icone nell’indeterminazione temporale della memoria. Se la memoria non ha luogo, le figure di Alfano ne sospendono, in uno spazio senza confini, la visione, nel silente attimo di lunga durata del ritratto. (…) Figure evocate in un’assente presenza, pur definendone con nitida descrizione le sembianze e deponendole nella lontananza fondale di luce aurorale d’immobile apparizione».

A cura di Antonio Cocchia

 

 

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