Nei versi e nel coraggio di Rita Romano

L’Associazione “Locanda Almayer di Rita Romano”, dedica un momento di riflessione e lettura in ricordo della poetessa scafatese

Stessi luoghi, stessi odori, stessi colori, misure ormai piacevoli e familiari.
Lo scenario è sempre quello: la Biblioteca Comunale “Francesco Morlicchio” che mette in luce nuovi volti, percorsi e storie di vita.
È la volta di Rita Romano, psicologa e poetessa scafatese che una cinica malattia ha strappato alla vita a soli 38 anni. Eppure l’evento “I volti della locanda”, promosso dall’Associazione “Locanda Almayer di Rita Romano” – costituita nel 2016 per volontà degli stessi fratelli – non è stato una mera commemorazione della Rita che fu, ma un’incalzante e appassionante lettura dei suoi versi che si snodano tra temi rivolti all’accettazione di sé e delle proprie imperfezioni, passando per la disillusione di non essere ciò che forse si è sempre immaginati, “Io sono io, ma non amo essere me, amo essere quello che vorrei”.
Sono parole forti e decise, ma anche cariche di personalità. È una personalità che si lascia facilmente intuire o scorgere quella di Rita Romano e lo dimostrano a chiare lettere le parole della sorella, Maria, che ha descritto Rita come una persona che affrontava la vita con spiccato coraggio, anche quando le difficoltà la attaccavano costantemente, «Era da lei che i medici traevano la forza di andare avanti e combattere» ha spiegato la sorella ai presenti all’incontro, promosso dalla stessa biblioteca, “Poesie e Yoga”.
I testi sono un rimando continuo alla vita e alle sue contraddizioni,  le stesse contraddizioni che richiama descrivendo la città di Napoli, anch’essa musa ispiratrice della poetessa, “Napoli è un’idea…è l’emblema stesso dei contrasti…”.  E in questo universo di contraddizioni, disillusioni, rotture e continua ricerca di sé, la Romano delinea comunque un passaggio al sereno e lo testimonia il ricorso a “speranza” e “bellezza”, due parole semplici che si aprono e danno luce alla vita.
Le letture sono state intervallate da canzoni della cultura classica napoletana, sapientemente interpretate dai maestri Ferdinando Guarino (voce) e Filippo Vitiello (chitarra). Nel distendersi di queste note e versi si scorge anche il viso commosso della madre, che trova pace solo attraverso l’orgoglio per una figlia che ha arricchito e lasciato qualcosa in tanti.
È emozionante sapere che Scafati possa vantare una personalità così profonda e audace come quella di Rita Romano. La stessa che ha dato un nome e un senso diverso alla sua malattia, grazie al suo incommensurabile coraggio. Proprio come accade nel dramma pirandelliano “l’uomo dal fiore in bocca”, dove il personaggio indicava la malformazione dovuta alla sua malattia, l’epitolioma, con l’espressione “fiore in bocca” ed è proprio l’antitesi tra il fiore e la malattia a rendere così simili le due storie di cui una, ha lasciato il segno a Scafati.
La storia di Rita Romano non va, dunque, letta con gli occhi di chi vuole commemorare un qualcosa o qualcuno non più presente ma, al contrario, di chi vuole sentire ancora viva l’essenza di una persona che, oltre i confini del tempo, ha lasciato intatto il suo valore.
Fuori c’è un mondo mutevole. Dentro, qualcosa che sfiora l’eternità.

A cura di Annalisa Giordano

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