Sul passato si costruisce il presente

Nella sala don Bosco si discute della Scafati che fu, che è e che sarà

L’ultima volta che ho messo piede nella sala don Bosco fu nel lontano 1996, quando mi ritrovai, timidamente, a recitare una poesia dinanzi ad una folta platea.
Venerdì 1 giugno ci sono rientrata, ormai da adulta, in occasione dell’incontro “Scafati: la bellezza del suo paesaggio e come è cambiato”, organizzato dall’Azione Cattolica della Parrocchia di Santa Maria Delle Vergini, in preparazione alla festa diocesana di fine anno.
Hanno preso parte alla discussione don Giovanni De Riggi e il dott. Francesco Donnarumma che, emozionato, si è detto affetto da “scafatite cronica”.
Quest’ultimo è intervenuto volgendo lo sguardo e facendo un’analisi generale della Scafati che fu, tracciandone le linee essenziali a partire dal 1700 in poi, quando la città agro-nocerina era un piccolo centro con poco più di settecento anime, con San Pietro Villaggio che ne contava appena centocinquanta.
Eppure, tiene a precisare Donnarumma, “i centri non erano definiti ancora né città né paese, ma Università”, termine adottato dal ducato di Napoli nel 1350 fino alle leggi napoleoniche di Murat del 1806.
Scafati, intorno al 1700, era formata da pochissime case di campagna e un paio di palazzi di dimensioni più elevate. Uno di questi si trovava sul corso, di fronte via Montegrappa; si tratta di una antica struttura, ancora oggi parzialmente visibile, appartenente ad un piccolo convento che volgeva verso l’allora chiesa di Sant’Antonio, sparita già nel 1800. L’altro palazzo storico è quello su corso Trieste, di proprietà del padre del canonico Samuele Falco a cui è stata dedicata la scuola media di San Pietro.


Scafati, come gli altri comuni dell’agro-nocerino, nasce come centro a vocazione contadina. Questa sua vocazione influenza anche la particolare morfologia urbanistica che si incentrava sulle cd. masserie.
Nelle masserie si svolgeva la vita quotidiana dei contadini ed era una realtà fatta di condivisione delle più piccole e delle più grandi cose. Il pozzo con acqua sorgiva, aia, forno e il lavatoio, ogni abitante si serviva di queste comodità. I bagni, costruiti in muratura, erano esterni, perché non vi era né acqua potabile né condutture, quindi si usava l’acqua con il vecchio catino di legno. Questi scenari urbani, quasi del tutto estinti, hanno rappresentato l’identità dei centri contadini come Scafati e sono stati oggetto di rappresentazione cinematografica, come avvenuto nel film “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi.
E a Scafati ve ne erano tante, spesso avevano nomi bizzarri.
Tra le più famose la masseria delle “monacelle” in via Poggiomarino, il cui toponimo risale al 1500 poiché era la “stanza dei monaci”. All’interno di questa una massimo due camere, dove vivevano due frati.
La più datata, invece, è ubicata in via Roma e che, in realtà, non era altro che una dépendance del principe Doria di Bagni. Una delle ultime, più recenti, è quella dove è situata la ciminiera di un motore a scoppio che fu impiantato nel 1843, impropriamente detto obelisco.
È stato, inoltre, rimarcato che nella metà del 1800 Scafati godeva della sua grande posizione favorevole, a ridosso del fiume Sarno, all’epoca perfettamente navigabile. Ciò ha da sempre reso un’eccellenza territoriale la produzione di legumi e ortaggi di vario genere che venivano, a loro volta, venduti verso Castellammare di Stabia.
Allo sfruttamento delle risorse del territorio si aggiungeva un buon livello di operosità di supporto alle zone industrializzate vicine, come Sarno in cui sorsero le filande, dove si lavorava lino, cotone e seta e a Scafati venivano coltivati i gelsi le cui foglie erano utilizzate in bachicoltura come alimento base per l’allevamento dei bachi da seta.
Ad un elevato tasso di produttività faceva, però, da contraltare l’analfabetismo dilagante che toccava picchi molto alti e solo successivamente, per alcune famiglie possidenti, fu possibile consentire un discreto grado di istruzione ai propri figli, i quali studiavano presso i convitti nazionali.
L’analfabetismo era l’evidente sintomo di una precaria condizione sociale da parte delle popolazioni locali ed è anche per questo che trovò diffusione il fenomeno del brigantaggio.
E proprio a proposito di questo fenomeno, il dott. Donnarumma, ricordando un episodio della sua infanzia, rivela l’origine del modo di dire “Ciardullo in campagna” che si riferirebbe ad Antonio Manzo detto “Ciardullo” il quale proveniva da Campagna, famoso soprattutto per aver rapito e sequestrato un Wenner.
A delineare e soffermarsi sull’importanza delle fonti storiche e della centralità della chiesa, don Giovanni che per poterlo fare è ricorso alle cosiddette visite pastorali dalle quali è possibile individuare ulteriori lineamenti storici della città scafatese, specie su un piano religioso. Tra le visite qualcuna era dedicata alla chiesa scafatese Santa Maria delle Vergini, all’altare della Madonna del parto: forse protettrice di Scafati. Quando si dice parto, però, non si indica l’atto del partorire, ma, secondo anche un’analisi sintattica delle frasi rinvenute sotto la cupola, il frutto del parto è Gesù Cristo. La devozione alla Madonna era rivolta ad una dimensione sociale che si incentrava sulla cura delle ragazze, in modo particolare le vergini. La vita parrocchiale scafatese era particolarmente attiva e questo ha permesso di delineare meglio i contorni storico-sociali del popolo scafatese. È interessante lo spunto sul parroco Rendina che, nel 1859, scriveva della situazione sociale scafatese come le messe mattutine, quelle per le lavoratrici; il numero delle famiglie e quello relativo alle coppie di fatto che all’epoca prendeva il nome di concubinato.
I cittadini scafatesi si identificavano molto nella vita religiosa e non è un caso, come sottolinea don Giovanni, che in quei tempi l’urbanizzazione si sviluppava intorno alla chiesa, vero centro di riferimento per la piccola comunità dell’agro.  E mette in risalto la diversità con le epoche odierne in cui le case vengono costruite in zone lontane da strutture religiose, verso centri commerciali o industriali. Ciò sta a rimarcare il mutamento di valori sociali che si è sviluppato nel corso dei decenni. Un mutamento che deve interrogarci sulla direzione che sta intraprendendo l’uomo nel corso della propria vita.

È intervenuta anche la Presidente dell’Azione Cattolica, Roberta Ragozzino, la quale ha consegnato al dott. Donnarumma la foto scattata dal campanile della chiesa madre. La parrocchia parteciperà, infatti, alla festa diocesana di fine anno associativo che prende il nome di “Sguardi di luce”. In questa occasione alle parrocchie della diocesi è stato richiesto di pensare e realizzare una foto della veduta della città dal campanile della propria parrocchia, realizzando, così, mostra intitolata Sguardi dal campanile.
La discussione si è conclusa con un monito del dott. Donnarumma rivolto soprattutto ai giovani affinché preservino, tutelino le proprie origini identitarie, a partire dal dialetto.
Insomma, per comprendere la Scafati di oggi e per progettare quella futura bisogna recuperare e valorizzare le nostre radici, ingrediente fondamentale per conoscere e riconoscersi.

A cura di Annalisa Giordano

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