Maria Rosaria Vitiello: la vita è un dono da proteggere

Sono ben noti il suo volto, la sua voce, la sua penna. Giornalista e conduttrice, da qualche anno sostenitrice della sicurezza stradale, quella stessa strada che le ha violentemente strappato un pezzetto di vita il 16 dicembre 2014. È Maria Rosaria Vitiello, occhi appassionati e forza ammirabile. La incontro al Plaza, a Scafati, mi stupisce la sua rinascita, sono ormai trascorsi svariati anni e l’ultima volta l’avevo incontrata al Premio “Mimmo Castellano”. Lei moderava, meravigliosamente, un talento che sono certa non potrà mai perdere.
Era in piena attività all’epoca, prima di quel terrifico incidente. Scriveva al Mattino, conduceva decine di eventi ogni mese. Conduttrice di “Ambientiamoci” per ben dieci anni, moderatrice in trasferta per festival culturali in Calabria. Mamma presente, lavoratrice intraprendente, donna coraggiosa ed entusiasta. La Vitiello oggi ci insegna a vivere: chiudere gli occhi, percepire il calore del sole sulla nostra pelle, annusare la pioggia fresca d’estate. Lasciare che la vita accada. E lei ce l’ha fatta, rialzandosi, credendoci. Perché, come scrive lei stessa, “la vita è un dono da proteggere”, e nella sua seconda vita, sta cercando di renderle omaggio ogni singolo giorno.

Vogliamo partire dall’incidente?
Sì, dopotutto la mia seconda vita comincia da lì. Sono stata investita il 16 dicembre 2014, sulle strisce pedonali, il giorno in cui avevo moderato un evento sulla sicurezza stradale in Biblioteca Francesco Morlicchio. Terminato l’evento, ci siamo recati al ristorante “Antichi Sapori” per pranzo, al seguito del quale ho accompagnato l’ex consigliera comunale, Brigida Marra, insieme a sua figlia, alla loro auto e poi mi sono diretta alla mia. Stavo attraversando, l’auto si era fermata, la seconda la supera e mi investe. C’è un video che ha ripreso l’intera scena, anche se io non l’ho ancora visto.

E tu l’avresti visto il video del tuo incidente?
Io volevo e voglio vederlo, perché mi serve a raccontare al meglio ciò che mi è successo. Ma non vogliono, neanche mio marito, dicono sia davvero brutto. In ogni caso, nel video ci si rende conto che il signore non mi ha vista e ha superato l’auto davanti, investendomi.

Non ha visto te, ma credo che le strisce pedonali fossero ben visibili.
Sì, ma ormai mi sono resa conto che esiste proprio l’abitudine a superare. È capitato anche a me, io mi fermo venti metri prima per far attraversare il pedone, ma c’è il cretino, passami il termine, che mi supera, auto o motorino che sia. Ed è per questo che faccio sensibilizzazione stradale, perché c’è tanta ignoranza e poca, pochissima civiltà. Io ora sono malata, non ho più serenità e con il percorso che ho intrapreso vorrei cercare di dare un senso alla mia vita. Da un punto di vista religioso, sono stata benedetta, ma da un punto di vista razionale, sono stata fortunata. I vigili, infatti, ancora mi raccontano che quando mi videro a terra, con il sangue che usciva dal naso, dalle orecchie e dalla bocca, pensavano fossi morta.

Tu ricordi qualcosa di quel giorno?
Assolutamente no. Mi hanno raccontato che il tenente Pasquale Cataldo, anziché seguire le regole che vengono impartite in caserma – non prestare soccorso alla vittima se non si è stati presente all’incidente, perché c’è la possibilità di peggiorarne le condizioni fisiche – mi ha praticato un messaggio cardiaco. Premendo sul petto, avrebbe potuto immobilizzarmi per sempre, se io per assurdo avessi urtato la spina dorsale. È stato molto coraggioso, l’ha fatto per salvarmi la vita, assicurandomi il ritorno del respiro. E per fortuna, il signore che mi ha investito, avendomi vista poco prima dell’impatto, ha sterzato, evitandomi di finire sotto l’auto. Mi sono così salvata agli arti, ma ho colpito la testa due volte e sono andata in coma, ecco perché non ricordo nulla.

Ricordo che sei stata un mese in coma.
Sì, al Centro di rianimazione di Nocera Inferiore. Sono arrivata in ospedale dopo circa un’ora ed io ero già in coma. Tutto lasciava pensare che non ce la facessi, invece non è stato così. Sono sopravvissuta. Mi hanno aperto il cranio, mi hanno esportato l’ematoma, bastava un minimo e potevo davvero non risvegliarmi più, ma tutto è andato bene, ed ecco perché credo che ci fosse quasi un disegno divino.

Cosa ricordi del tuo periodo in coma, te l’avranno chiesto in tanti.
Me l’hanno chiesto tutti, sì, ma io non ricordo nulla. Semplicemente dormivo. Dopo un mese, però, ricordo di aver sentito delle voci, poi ho ricostruito che fosse il viaggio in ambulanza, perché da Nocera Inferiore mi hanno poi trasferita a Crotone, in un “Centro del risveglio”, dove a turno, per quasi due mesi, si alternavano mia mamma e mia sorella, per me donne essenziali, e mio marito, che mi ha seguito passo per passo. Da quando seppe del mio incidente, ha sempre agito con la sola forza di marito, padre e lavoratore.

Dei primi giorni dal risveglio cosa ricordi invece?
Ricordo di essermi guardata allo specchio e di aver trovato una Maria Rosaria differente, un’altra donna. Mi avevano praticato la cricotomia, quindi avevo tubi che dalla gola salivano in bocca e al naso, ero sulla sedia a rotelle, strabica e senza capelli, con la testa piena di cicatrici. Non avevo nemmeno la minima capacità di linguaggio e ogni mattina, per cinque ore, facevo logopedia, per imparare di nuovo a parlare, a pronunciare correttamente ogni lettera, e fisioterapia, per ricominciare a camminare, e parlavo tantissimo con la psicologa. Ricordo che dopo diversi mesi di logopedia, la mia dottoressa mi propose di mangiare una penna al pomodoro, anziché le solite zuppe, per cercare di riprendere a masticare e ad ingoiare. Anche l’acqua non potevo bere, dovevo aggiungerci un addensante, oggi infatti non posso ancora bere il brodo. All’epoca mi sentivo una bambina, c’è voluta tanta forza, ma avevo così tanta voglia di riprendermi e stare di nuovo bene.

Forse anche perché sentivi di doverlo fare, quasi come ringraziamento al disegno divino che hai immaginato e che ti ha salvata quel 16 dicembre di quasi quattro anni fa.
Sì, avevo una carica incredibile, anche se ancora non si sapeva se ce l’avrei fatta a riprendermi completamente. Provavo difficoltà anche nei gesti più banali della giornata, lavarsi le mani ad esempio: essendo strabica, non riuscivo a centrare neanche il rubinetto dell’acqua. Poi, dopo che mi hanno spostata in una camera singola, in modo da non dovermi confrontare con chi si svegliava dal coma con condizioni peggiori delle mie, ho riscontrato i primi miglioramenti, perché io, al contrario, ero razionalmente sveglia, anche se fisicamente ancora non riuscivo a svegliarmi.

E dopo quanto tempo hanno deciso che potessi ritornare a casa?
Dopo due mesi e mezzo mi dissero di dover restare in Centro per un altro mese ancora. Io pregai i dottori di farmi ritornare a casa, volevo rivedere i miei figli. Promisi che avrei continuato anche da casa il percorso di riabilitazione, difatti tramite la mia Dottoressa, a cui oggi voglio un gran bene, m’iscrissi ad un Centro di Castellammare di Stabia. A casa, però, stavo male, non riuscivo a fare nulla, non potevo fare nulla. Mi vennero anche a far visita i dipendenti dell’ASL, per verificare se io potessi avere il sussidio per altri quattro mesi, e la prima cosa che mi dissero fu, “Ma lei sta benissimo!”. Ci rimasi malissimo. Mi alzai dal letto e cominciai a parlare, all’epoca parlavo malissimo, e loro continuavano a ribadire che in realtà io stessi molto bene. Ma bisogna vedere da che punto si è partiti: io avevo un dono che era la mia parlantina, e confrontando il punto di arrivo con quello di partenza, si può ben capire quanto io non stessi poi così bene.

Quando hai ricominciato a guidare?
In realtà guido da pochissimo, ho dovuto rifare una sorta di esame per la patente. Addirittura mio figlio mi ha aiutato nelle guide pratiche! Oggi sono molto più attenta e prudente, perché sto scontando le conseguenze di chi non è stata investita, ma hanno investito. E mi fa male quando mi guardano come se fossi un pericolo, mentre io, invece, sono stata la vittima.

Nel 2015, dopo un anno dal tuo incidente, hai ripreso la tua attività di giornalista e moderatrice.
Sì, mi sono riproposta agli stessi eventi che avevo già condotto negli anni precedenti, “La Notte Bianca”, “Ambientiamoci”, “Mare Nostrum”, “Scegli la vita” e tantissimi altri eventi pubblici. Li ho voluti rifare, gratuitamente, solo per dimostrare alla comunità che in realtà stessi bene.

Dimostrarlo magari anche a te stessa, che potevi ancora farcela.
Sì, esattamente. Io ne ero ancora capace e volevo che tutti potessero saperlo. Ad un certo punto, però, ho detto basta, basta a lavorare gratuitamente. Ho dimostrato di poterlo fare, di esserne ancora capace, ma non potevo più dare tutta me stessa, impegnarmi al cento per cento per non avere neanche una minima gratificazione economica in cambio. Ci tenevo anche a riprendere a scrivere, ma dopo l’annuncio del Direttore del Mattino del mio ritorno al quotidiano, si scatenò l’inferno in redazione, perché lo spazio per Scafati era poco e i giornalisti invece erano diversi.

E adesso, nel 2018, come si sente Maria Rosaria Vitiello?
Io mi sento diversa, a volte anche giudicata. La mia vita è cambiata e sono spesso nervosa ed impaurita, per me e per la mia famiglia, per i miei figli. Mi dicono spesso, “Ti vedo diversa”, perché io sono diversa.

E prima dell’incidente, invece, eri serena?
Sì, assolutamente, mi piaceva la mia vita e adoravo il mio lavoro, che ho cercato di ricostruirmi anche dopo l’incidente. C’è uno scatto del 2015, ad esempio, un mio ritratto fotografico, ci sono io che rido, perché ero davvero felice. Era uno scatto durante l’evento “Ambientiamoci”, che avevo ripreso a condurre dopo un anno dal mio incidente e ne ero entusiasta, perché ce l’avevo fatta, nonostante tutto quello che mi era successo. È in quell’anno che ho cercato di migliorarmi, di ritornare a sentirmi viva.

Adesso sei Consigliere Politico per la Provincia di Salerno e ti occupi di sicurezza stradale. Un compito che non ha nulla a che fare con la politica in sé.
La sensibilizzazione e la politica sono due strade parallele, ma separate. La differenza tra un Consigliere Provinciale e un Consigliere Politico sta nel fatto che io non mi sono mai candidata, né ho partecipato alle elezioni. Io cerco di fare sensibilizzazione alla sicurezza stradale, perché ho bisogno psicologicamente di sentirmi utile. Io sono cosciente di essermi salvata per miracolo, benedizione, perché c’è un disegno divino, chiamalo come vuoi. Io ero in fin di vita e lo sono stata per diversi giorni. Dissero a mio marito che mi sarei potuta risvegliare anche come un vegetale, e questo mio “stato di grazia” vorrei che fosse utile al prossimo.

Il percorso di sensibilizzazione come si sviluppa?
Io sono mamma di due ragazzi ed è per questo che credo che il percorso di sensibilizzazione debba cominciare dai più giovani. E difatti, il 23 novembre 2017 abbiamo cominciato un progetto con le scuole, partendo dal Liceo Classico “Torquato Tasso” di Salerno. Tra l’altro quel giorno tenevano il corso due agenti della Polizia Stradale che erano con me il giorno del mio incidente, quindi l’evento fu doppiamente emozionante. Io ci credo davvero in questo progetto, e forse mi serve anche come cura. Sono forte, ma provare ad uscire dal baratro in cui sono piombata non è facile, bisogna trovare una strada da cui ricominciare e una concreta motivazione. Con questo percorso ho provato a dare un senso a questa vita. Ho conosciuto, ad esempio, gruppi di mamme che vivono le loro esistenze in ricordo dei loro figli persi in incidenti stradali. E quando guardo loro, penso quanto io abbia solo da imparare. Ed è anche grazie a loro che penso di dover fare qualcosa, perché io sono ancora qui.

Come reagiscono i ragazzi ai corsi di sensibilizzazione?
Sono entusiasti, spesso anche più di me. Li osservo, sono sempre molto attenti, quando racconto la mia storia o quando gli agenti della Polizia Stradale intervengono per gli aspetti più tecnici. Mi emoziono soprattutto quando a fine corso si avvicinano di loro spontanea volontà per fare altre domande. Sono curiosi, sono appassionati, ed è quello il momento che mi emoziona di più.

C’è un progetto prossimo all’orizzonte?
Io voglio semplicemente essere utile e alimentare culturalmente gli altri, magari aprire nel Cilento uno sportello per la sicurezza stradale, per ascoltare un’esperienza vissuta e stabilire un confronto. Ho già creato un’associazione, che sarà presto una Onlus, “Per le strade della vita”, perché voglio farmi voce per chi una voce non ce l’ha più o non riesce ad averla.

Quali sono invece le speranze e i desideri di Maria Rosaria?
Il mio sogno è quello di recuperare al massimo e aiutare gli altri, quasi come una missione, perché io non cerco e non chiedo nulla. Io sono solo una vittima, non ho competenze tecniche, ma sento di dover raccontare la mia storia, per aiutare i giovani e i meno giovani. Voglio vivere, crescere, migliorarmi, continuare ad abbracciare la mia positività ed il mio entusiasmo, che mai mi lasceranno. Sono la mia certezza.

A cura di Benedetta Ferrara

Foto di Alessandra Scarpa

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