La “settimana corta” a scuola è illegale e dannosa per gli studenti

Negli ultimi anni molte scuole medie inferiori e superiori hanno introdotto un orario scolastico articolato su cinque giorni settimanali, cioè dal lunedì al venerdì, piuttosto che sui classici sei giorni dal lunedì al sabato. Si allunga l’orario delle lezioni per non andare a scuola il sabato.
La moda della “settimana corta” piace alle scuole, perché riescono così a risparmiare sui costi del riscaldamento e del personale ed incontra anche il favore di quei docenti e di quelle famiglie che preferiscono avere il sabato libero; ma ha anche incontrato molti oppositori in chi ritiene sia dannosa per il processo formativo ed il benessere degli studenti.
Da padre di un ragazzo di undici anni che frequenta la prima media, ho potuto sperimentare i gravi danni apportati dalla “settimana corta”, sia dal punto di vista didattico che organizzativo. Infatti un ragazzo non può reggere con profitto sei ore di lezione, dalle ore 8 alle 14. La sesta è un’ora persa, in quanto gli alunni sono ormai stanchi ed affamati. Ne consegue che su un monte ore settimanale di trenta ore, sono da considerarne sprecate cinque. Inoltre bisogna considerare che il carico di compiti da fare a casa è eccessivo (le materie da studiare sono sei invece di cinque e si ha un’ora in meno a disposizione). Si impone così un ritmo troppo stressante che ricade negativamente sull’efficacia del processo di apprendimento e sulla possibilità stessa di riuscire a completare tutti i compiti assegnati. Inoltre diventa difficile dedicarsi ad attività extrascolastiche (sport, corsi di musica, ecc.) anch’esse importanti per lo sviluppo psico-fisico dei ragazzi, conciliandole con corsi extracurricolari pomeridiani a scuola e compiti da fare a casa. E tutto questo è ancora più deleterio per i ragazzi fragili, con disturbi specifici di apprendimento, o che semplicemente hanno bisogno di più tempo per apprendere. Inoltre in caso di malattia degli alunni, l’orario concentrato in 5 giorni comporta più ore di lezioni perse e maggiori difficoltà nel recuperare gli argomenti spiegati ed i compiti assegnati, per esempio un’assenza di 5 giorni, fa perdere 30 ore di lezione invece di 25.

Qualche docente, magari su indicazione del dirigente scolastico, pensa di risolvere il problema assegnando meno compiti per casa, o riducendo il programma previsto. Ma è evidente che così facendo si vanno a ledere gli obiettivi formativi e la preparazione degli studenti. Un altro argomento che viene utilizzato a favore della settimana corta è la possibilità per i ragazzi di trascorrere una mattina in più con la famiglia. Come se il tempo trascorso a scuola fosse sottratto a quello trascorso con la famiglia. Quest’idea corrisponde ad una visione di una scuola che non deve disturbare l’armonia familiare, dimenticando che la scuola e gli insegnanti devono essere uniti nel comune obiettivo: la formazione e la crescita integrale dei ragazzi. Non sarà certo il sabato mattina a casa a salvare l’armonia familiare. Nella scelta tra “settimana corta” e “settimana lunga” i genitori non dovrebbero pensare a cosa è più comodo per loro, “Così risparmio di accompagnare il sabato a scuola mio figlio” o “così possiamo passare fuori porta un bel fine settimana”, ma cosa è meglio per i propri figli. Bisogna inoltre considerare che tanti genitori lavorano il sabato ed hanno l’esigenza di portare i figli a scuola anche il sabato se non hanno a chi affidarli. In tal caso la “settimana corta” crea un serio problema organizzativo anche ai genitori.   

Contro la “settimana corta” sono stati presentati in varie regioni italiane diversi ricorsi al TAR, che hanno visto vincere chi si opponeva alla “settimana corta”. Perché comunque la si pensi sui vantaggi e sugli svantaggi, una cosa è incontestabile: la “settimana corta” è illegale, in quanto consente di svolgere solo 169 giorni di lezione e non i 200 stabiliti dalla legge, che così recita, “La determinazione delle date di inizio e di conclusione delle lezioni ed il calendario delle festività devono essere tali da consentire, lo svolgimento di almeno 200 giorni di effettive lezioni.”
(art. 74 d.lgs. 16 aprile 1994 n. 297). E non si può invocare a favore della “settimana corta” il principio dell’autonomia, introdotto dal D.P.R. n. 275/1999, in quanto “L’autonomia organizzativa […] si esplica […] fermi restando i giorni di attività didattica annuale previsti a livello nazionale”, (art. 21, comma 8 della L. 15 marzo 1997 n. 59). È vero che l’art. 5 del D.P.R. 8 marzo 1999 n. 275 stabilisce che “l’orario complessivo del curricolo e quello destinato alle singole discipline e attività sono organizzati fermi restando […] il rispetto del monte ore annuale”. Ma lo stesso D.P.R. all’art. 17, abrogando alcuni articoli del suddetto d.lgs. n. 297/1994, ha conservato il citato art. 74, che resta in vigore. Ciò significa che ogni scuola non deve rispettare solo il monte ore annuale, ma anche i 200 giorni in cui si esplica tale monte ore. Infatti il TAR Liguria ha stabilito che “la determinazione del calendario scolastico è di competenza regionale, ai sensi dell’art. 138 d.lgs. 112/98 che tuttavia non può operare in contrasto con i limiti stabiliti dall’art. 74 d.lgs. 297/94 che stabilisce in 200 il numero minimo dei giorni di lezione […]. In definitiva il calendario scolastico, e prima di esso la norma di riferimento, è stabilito con riferimento ad una articolazione su sei giorni settimanali anziché cinque” (sentenza N. 59/2016 del 08/01/2016). Lo diceva anche il mai dimenticato Pino Daniele nella canzone O’ scarrafone, “Oggi è sabato e domani non si va a scuola”.

Nella sua saggezza, il legislatore ha previsto lo svolgimento di almeno 200 giorni di lezioni, in accordo con il parere dei pedagogisti, concordi nel ritenere che “la settimana corta” peggiora l’apprendimento e la qualità della didattica, sia perché alla sesta ora il rendimento dei ragazzi è pressoché nullo, sia perché il programma viene “compattato” su un numero di giorni annui molto minore. Ma allora perché sempre più scuole scelgono la “settimana corta”? Lo si diceva all’inizio di questo contributo: le motivazioni sono solo economiche, non esiste alcuna motivazione didattica a sostegno della “settimana corta”. È grave che anche alcune regioni abbiano consentito alle scuole di attivare, tacitamente o esplicitamente, la “settimana corta”, violando la legge. È quanto per la prima volta ha fatto esplicitamente la Regione Campania, che con DGR n. 339 del 05/06/2018, dopo aver stabilito che “per tutti gli ordini e i gradi d’istruzione e per i percorsi formativi le lezioni abbiano inizio il giorno 12 settembre 2018 e terminino il giorno 8 giugno 2019, per un totale previsto di n. 204 giorni di lezione”, afferma che “le istituzioni scolastiche, nel rispetto del monte ore annuale, pluriennale o di ciclo, previsto per le singole discipline e attività obbligatorie potranno modulare l’articolazione delle lezioni in non meno di cinque giorni settimanali (settimana corta)”. Ma le scuole che sceglieranno la “settimana corta” non potranno svolgere 204 giorni di lezione, per cui la Regione Campania chiede alle scuole due cose incompatibili.

Per tutti i suddetti motivi, ho ritenuto di indirizzare una petizione al Ministro dell’Istruzione Bussetti, chiedendogli di intervenire per ristabilire nelle scuole il principio di legalità, chiarendo che la “settimana corta” è illegale e quindi non può essere attivata. La petizione si può leggere e firmare su: https://chn.ge/2NwICAi. Ho ritenuto un dovere morale fare questo, non solo perché le istituzioni scolastiche non possono operare nell’illegalità, ma soprattutto per il bene dei nostri figli, in particolare di quelli con maggiori difficoltà nell’apprendimento, con disturbi specifici di apprendimento o bisogni educativi speciali, che sono i più danneggiati dalla “settimana corta”. Chiedo quindi ai genitori, ai docenti ed a tutti coloro che hanno a cuore la formazione dei giovani, di firmare e diffondere la petizione. Se riusciremo a raggiungere l’obiettivo di 5000 firme entro fine agosto, chiederò formalmente al ministro Bussetti di rispondere alla petizione, perché dalla qualità della formazione dipende il futuro dei giovani ed il progresso dell’umanità.

A cura di Pasquale Violante
(Docente all’ITI “Pacinotti” di Scafati)

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