Stelle cadenti

La signora R. abita accanto a me da ventinove anni. O meglio, sono io che abito a fianco a lei da quando avevo cinque mesi. Da qualche anno ha una malattia che le compromette i ricordi ma ogni volta che mi rivede non smette di dirmi la solita frase. “Quanto sei bella e quanto sei cresciuta”, anche se ho smesso di crescere tanto tempo fa. In altezza almeno, per tutto il resto non si smette mai. Quest’anno ha continuato dicendomi: “qui ti ho lasciata a settembre e qui ti ritrovo”, cosa che mi strappato un piccolo sorriso perché stava ricordando. La signora R. mantiene la percezione, ricorda sensazioni e mi ricorda com’ero, con il soprannome di Peperoncino che mi era stato dato da un altro nostro vicino, e non per caso.
Ero una bambina iperattiva, molto loquace e con le ginocchia sempre sanguinanti, dettaglio che sentivo quasi come un segno di gloria perché significava che avevo giocato tanto. Il mio gioco preferito era nascondino, principalmente per due motivi: ero così magra, agile, veloce e fisicamente la più piccola del gruppo che vincevo quasi sempre ed era l’appuntamento fisso con i miei amici anche la sera. Avevamo conquistato, ciascuno con i propri genitori, quasi come fosse una grossa trasgressione, la possibilità di giocare nel parco di casa dopo cena, fino a mezzanotte. Non bisognava darsi appuntamento, sapevamo già l’ora del ritrovo e, se proprio qualcuno tardava, bastava andare sotto casa e urlare il nome. Era come un richiamo. Il cibo da finire nel piatto non esisteva più e tutto ciò che contava era raggiungere gli altri. La mia agilità mi permetteva di nascondermi ovunque, piegarmi e scavalcare cancelli pur di trovare il posto migliore per non farmi vedere. La signora R. mi ha permesso più volte di nascondermi nella sua casa, casa dalla quale riuscivo a vedere la luce accesa del terrazzo di casa mia.
Una sera in cui lei non c’era cambiai posto. Aprii il cancello azzurro di una villetta i cui proprietari erano fuori e salendo i pochi gradini che mi portavano al ballatoio mi sdraiai a terra, accanto al mio amico che avevo trascinato con me promettendogli un posto “dove nessuno ci può scoprire”, a patto che restasse muto. Quella sera non sapevo ci fosse un cielo così bello che valeva la pena guardare. Avevo nove anni e per me le stelle erano solo i puntini fissi in cielo e le stelle cadenti, così lontano da me da dimenticarmene; ma ero a pancia in su e il mio sguardo inevitabilmente sulla volta. Non so quanto tempo passò. So che ad un certo punto vidi una scia che catturò completamente la mia attenzione. Ciò che stavo vedendo, accadeva sotto i miei occhi in un modo così bello e così nuovo. Mi alzai in piedi nel momento in cui lo capii e ad alta voce, senza paura che in questo modo invece ci avrebbero scoperto, urlai che avevo visto una stella cadente. Quella sera non mi preoccupai nemmeno un momento di vincere. Avevo visto la mia prima stella cadente. Quella sera mi occupai solo di emozionarmi. Non ricordo di aver espresso il desiderio, come molte volte avevo letto nei miei piccoli libri e sperato di fare anch’io.
Se vale poterlo fare a distanza di così tanto tempo, vorrei ci ricordassimo un po’ tutti di continuare ad emozionarci senza necessariamente vincere. Forse per questo la signora R. ricorda le sensazioni. Perché i ricordi possono scappare dalla mente. Le emozioni dal cuore mai.

Maria Cirillo

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