Ciro D’Emilio: calcio e cinema, la spunta alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Non basta fare il pieno di cartoon o amare, sin da bambini, i film che gli adulti “divorano” per diventare regista, un accento in più deve esserci. Appassionato da tutto ciò che riguardasse l’audiovisivo, Ciro D’ Emilio impugna la sua prima telecamera ad otto anni quando in occasione di un vacanza in famiglia la strappa a suo padre e comincia a girare filmini davvero inguardabili. Un’adolescenza dedicata al calcio, preludio di una carriera da sportivo ed un post-diploma in cui cambia rotta iscrivendosi al DAMS dell’Università degli studi “Roma Tre”. Poi la 75esima edizione della Mostra Internazionale d’arte cinematografica ed il tempo per lui, si è fermato di qualche giorno.

Ciro ed i film o Ciro ed il cinema. L’infanzia di un futuro regista com’è?
«Piena di film e cartoni. A parte la lotta con mio padre, durante le vacanze, per usare la sua telecamera (lui non si fidava di me!) ho consumato le cassette in VHS dei classici Disney ed in particolare amavo “La spada nella roccia”: ho costretto, per anni, la mia famiglia a guardarla e penso che mi abbiano odiato. Un passaggio importante l’ho vissuto sempre all’età di otto anni quando, scavando in uno scatolone, ho trovato una cassetta su cui era registrato un film di Richard Donner “I Goonies”, lo vidi e fu una sorta di iniziazione per me. E’ nata così la mia folle dipendenza dal cinema, si è sviluppata, si è evoluta: da spettatore quale ero ho cominciato, con i pochi strumenti che avevo a disposizione da adolescente, a raccontare, a riprendere.»

Ma Ciro non ha sempre voluto fare il regista, hai praticato ed amato anche il calcio ed avevi le carte in regole per poter diventare un grande sportivo.
«Sì, parallelamente in quegli anni, è nata anche la passione per il calcio, sport che ho intrapreso all’età di 5 anni. Ho giocato in valide categorie giovanili, tra cui la serie C e anche la D e devo dire che nell’adolescenza il calcio mi ha occupato molto tempo, ma la passione per il cinema era sempre lì e la coltivavo come potevo. Con il passare degli anni però il binomio calcio-cinema è diventato pesante ed in prossimità del diploma dovevo scegliere. Così a 19 anni mi sono iscritto al DAMS di Roma Tre e mi sono trasferito nella capitale. Come tutte le università italiane anche il DAMS forniva un’impostazione molto teorica, non utile a chi davvero volesse fare il regista. Ho iniziato a lavorare come cameriere sul litorale romano, come barista, come guardiano notturno per comprare le attrezzature del mestiere, poi le rivendevo e ne ricompravo di nuove.»

regista ciro d'emilio

Da buon scafatese dopo qualche anno a Roma sei ritornato a Scafati.
«Esattamente sì. Con le attrezzature che avevo comprato ho cominciato a realizzare i miei primi videoclip con un gruppo rap noto a Scafati dopo l’anno 2000 che è “La Congrega”. Sono ritornato nella mia città per ambientare questi lavori proprio qui ed ho rivisto e lavorato con vecchi amici.
Il primo cortometraggio “L’altro” arriva nel 2007: è il dipinto dello scontro tra un operaio italiano ed un operaio rumeno in un periodo in cui l’immigrazione rumena verso l’Italia era molto intensa. Le riprese ed il montaggio furono davvero organizzate con pochissimi soldi ma è stata l’opera che ha cominciato ad aprirmi le prime porte. Molti festival italiani ed internazionali anche minori l’hanno apprezzato. Con “L’altro” sono approdato anche a Los Angeles al “West Hollywood International Film Festival” vincendo il premio come miglior cortometraggio europeo ed il premio della giuria. Per me ed anche per il mio team di lavoro il presenziare a Los Angeles era tanto, portare “a casa” due premi è stato sicuramente il “top”. Nel 2011 ho affrontato il tema della guerra, più precisamente degli effetti della stessa sui reduci di guerra con il cortometraggio “Massimo”. Nel 2012 è ho girato un cortometraggio sul tema del ritorno a Sant’Egidio del Monte Albino: un’altra occasione per ritornare nella mia terra. Il protagonista è un giovane ragazzo che ritorna nella terra natìa dopo dieci anni dalla morte del padre e qui riscopre i demoni del passato.»

Ciro, dopo i primi passi da solo, diventa assistente alla regia. Un salto da “gigante”.
«Sì. Parallelamente alla mia attività da “solista”, ho cominciato a lavorare come assistente alla regia di diverse serie tv e film italiani, tra cui spicca la prima serie di “Gomorra”: sono stati dieci mesi di duro lavoro. Ho seguito i registi della prima serie come Francesca Comencini, Stefano Sollima e Claudio Cupellini. Nel 2013 ho deciso di lasciare questa attività per dedicarmi completamente all’attività da regista. Ho cominciato a lavorare alla stesura del mio primo film “Un giorno all’improvviso” che era pronta al termine dello stesso anno. Ho collaborato con Cosimo Calamini e stava già nascendo un bellissimo lavoro. Nel 2017 ho realizzato un cortometraggio che può essere considerato la sintesi del lavoro di questi anni e sicuramente più maturo dei precedenti. “Piove” è la storia di quattro ragazze africane durante una giornata di pioggia. E’ forse e realmente il mio primo cortometraggio in termini di durata ed inoltre i dialoghi sono assenti. Ha avuto un successo enorme, presente a decine di festival internazionali: più di sessantacinque selezioni e venti premi. Infatti “Piove” ha vinto il premio “Rai Cinema Channel” al Busto Arstizio Film Festival ed il “Vesuvio Award”.»

“Un giorno all’improvviso”, il tuo primo successo, la Mostra Internazionale d’arte cinematografica che si svolge abitualmente a Venezia ed un polverone di positività.
«Quando a gennaio 2018 si sono create le possibilità economiche per realizzare il mio film, si sono avviati i lavori. Con una squadra di validi collaboratori, tra cui lo stesso Cosimo Calamini alla sceneggiatura, abbiamo cominciato i casting. Le riprese sono cominciate a metà aprile e sono durate quattro settimane. Il montaggio ha seguito tali attività velocemente perché per i primi di giugno il film doveva essere pronto in vista della presentazione alla Mostra Internazionale del cinema. Eravamo consapevoli che avremmo gareggiato con tanti autori affermati, forse è stata l’edizione più ricca degli ultimi decenni. Barbera, il direttore ed i selezionatori hanno avuto il coraggio di inserirci nella sezione “Orizzonti” dedicata ai nuovi linguaggi, nonostante il budget non molto elevato e l’inesperienza della “macchina” sul retro, il film ha affiancato produzioni più elevate. Non potevo ricevere un “battesimo” migliore per la mia carriera: Venezia mi ha inizializzato, ho avuto l’attenzione di grandi personaggi su di me, non mi sarei mai aspettato di prendere parte con la mia prima produzione ad uno dei più antichi festival del cinema. “Un giorno all’improvviso” racconta una storia di disagio che vede protagonista, Antonio, un giovane diciassettenne con il sogno di diventare un calciatore, il quale deve fare i conti con una madre bellissima, Miriam, che è ossessionata dall’idea di recuperare l’ex marito che li ha abbandonati quando Antonio era ancora un bambino. Nel casting Gianpiero De Concilio e l’esperta Anna Foglietta, rispettivamente nel ruolo di figlio e madre. Alla Mostra si è vociferato che la Foglietta abbia dato il meglio di sé in questo film: addirittura il miglior ruolo nella sua carriera di attrice.»

“Un buon battesimo” lo hai definito: il buon incipit per una lunga carriera da regista?
«“La Mostra del cinema di Venezia” è stata fondamentale per me, anche se non ho realizzato, durante, dove fossi e cosa stessi facendo in quanto tutto è giunto improvvisamente, questa partecipazione mi sprona a fare di più. Con i piedi saldi per terra sto cominciando a lavorare, con gli stessi produttori di “Un giorno all’improvviso”, al mio secondo film. Spero di continuare a crescere, a migliorare e di approfondire gli strumenti e l’estetica di quello che un giorno sarà un mio stile di fare film”.»

Ciro D’Emilio conclude la sua intervista con una dedica speciale a due suoi vecchi amici scomparsi prematuramente:
Claudio Santoriello e Luca Ferrara detto “Big One”.

A cura di Ilaria Cotarella

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