Consorzio di Bonifica: quale utilità?

Se avessi provato a scrivere un articolo critico nei confronti di un qualsiasi ente di bonifica una sessantina di anni fa, probabilmente mi avrebbero preso per un pazzo. Sì, perché forse nell’immediato dopoguerra la funzione di bonifica aveva ancora un senso per i nostri territori e per il nostro paese e, forse, il pagamento delle quote non avrebbe sollevato le polemiche legittime di questi giorni.
Oggi, nel 2018, molte cose sono cambiate: sono cambiati i costumi, le abitudini; è cambiata la politica, eppure, c’è qualcosa che non è mai cambiato: il consorzio di bonifica.
Il termine “bonifica” deriva dal latino “bonum facere”, che indicava l’attività di scolo delle acque. Originariamente, la funzione della bonifica vide luce con i primi insediamenti e la necessità per l’uomo di sviluppare un ambiente nel quale poter vivere e lavorare.
La bonifica perseguiva anche finalità di igiene e consentiva un miglioramento di qualità della vita per i residenti in zone altrimenti non abitabili. Aveva altresì una funzione socio-economica, infatti, permetteva l’agricoltura, che era l’attività economicamente prevalente nella nuova Italia unita nella metà del XIX sec. La prima legge in materia risale al 1882 e prende il nome dal ministro proponente, Baccarini, durante il IV governo Depretis.

Di regola, essendo di natura consortile, questi enti dovrebbero essere amministrati da consorziati
-ma spesso si ricorre ai commissari- che sono i proprietari degli immobili (terreni, abitazioni, fabbricati) compresi nella zona di competenza dell’ente stesso.
I consorziati sostengono la spesa per la manutenzione e l’esercizio delle opere di bonifica tramite degli specifici tributi (contributi di bonifica) proporzionali al beneficio che ne deriva agli immobili di proprietà, riscossi dal Consorzio di bonifica tramite cartelle esattoriali, che variano a seconda dell’entità degli interventi, secondo quanto previsto da specifiche leggi regionali.
Per restare a casa nostra, il “Consorzio di Bonifica Integrale comprensorio Sarno” vide luce con Decreto del Presidente della Repubblica nel 1952 e ha una superficie territoriale di ha 43.651.52.00, abbracciando ben tre province e trentasei comuni, tra cui Scafati. Attualmente, almeno in Campania, gli enti di bonifica trovano riconoscimento nella legge regionale n.4 del 2003.
Da Statuto, sono tante le funzioni che l’ente dovrebbe espletare: scolo e difesa idraulica, irrigazione, protezione della natura, tutela dell’ambiente, qualità delle acque, difesa del suolo. Insomma, sulla carta si dovrebbe occupare anche di quei canali che durante la stagione invernale –e non solo- sono responsabili delle continue esondazioni del fiume Sarno che mettono in ginocchio gli scafatesi, i quali sono costretti a subire la furia delle acque proprio per mancanza di pulizia e interventi da parte degli organi preposti.
Ma oltre al danno, gli scafatesi in queste ultime settimane hanno subito una vera e propria beffa, vedendosi recapitare le bollette dei “servizi resi dal consorzio”. Vi starete chiedendo: “Quali?” E’ la stessa domanda che in tanti si sono posti: cittadini, contribuenti, associazioni, comitati e anche qualche amministrazione comunale. La risposta però, ad oggi, è ignota ai più.
Ricorderemo senz’altro quando, nel 2015, a ridosso delle elezioni regionali, alcuni onorevoli uscenti (come la nostra conterranea on. Monica Paolino) compresero, seppur con un obiettivo strumentale -e di questo ne siamo comunque grati- i disagi della nostra comunità, chiedendo la sospensione (non l’annullamento) delle pretese di pagamento fino a maggio, guarda caso a ridosso delle consultazioni.
I facili consensi ovviamente trovano sempre terreno fertile rispetto ad un’analisi ben più approfondita del problema. Naturalmente è più facile sbraitare che affrontare i problemi nella loro interezza.
Una proposta, per la verità più di una, è stata fatta: innanzitutto bisogna fare in modo che l’ente locale in questione chieda al consorzio di bonifica il conto delle opere realizzate nell’espletamento delle proprie funzioni, le quali dovrebbero legittimare la richiesta di pagamento. Qualora non si accertino benefici agli utenti o ai “consorziati”, sarebbe il caso di adottare tutte le strade consequenziali.
In secondo luogo, e qui parliamo di coraggio e di lungimiranza politica, stimolare la discussione nelle sedi opportune –in questo caso Consiglio Regionale- al fine di tirare fuori dal cassetto la proposta di referendum abrogativo che i cittadini campani attendono dal lontano 2007 e che ha visto arenarsi in qualche remoto cassetto di Palazzo Santa Lucia. In questo modo saranno i cittadini campani a decidere se cancellare per sempre l’ente di bonifica oppure promuoverlo.
Nelle settimane scorse infatti io stesso sono stato promotore di una raccolta firme (che sta continuando) per chiedere di riprendere l’iter referendario del 2007 e dare la parola ai cittadini affinché possano decidere se mantenere o cancellare questo ente. L’appello è quindi rivolto anche al presidente De Luca: faccia in modo che il futuro dell’ente sia deciso dai cittadini.
Non chiediamo molto, ma una cosa la pretendiamo: il rispetto. Siamo stanchi di essere trattati come mera merce elettoralistica con millanterie e spot elettorali. Ecco, almeno su questa vicenda, chiediamo responsabilità e maturità politica nell’affrontarla seriamente e senza illusioni e sciacallaggi di sorta, i quali hanno come unico scopo la “fidelizzazione” di quella larga fetta di popolazione (elettorato) che vive momenti di grande disagio economico e che vede, in queste promesse, la speranza di alleviare la propria condizione già precaria.

A cura di Francesco Carotenuto

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