Natale

Qualche anno fa le famiglie scafatesi avevano una tradizione ben precisa all’approssimarsi del Natale.

Il primo Dicembre era d’obbligo iniziare la preparazione del Presepe, tutto doveva essere pronto per il giorno otto, festa dell’Immacolata. Il primo Dicembre era la data fatidica, si iniziava con il procurare tutto ciò che potesse essere utile per il Presepe, cartoni, colla, pezzi di legno, chiodi eccetera, come cartone per le montagne si usava quello del cemento e c’era un modo ben preciso di procurarselo, andare nei cantieri dove i muratori erano ben felici di regalarli. Per costruire le casette, si utilizzavano contenitori dello zucchero o delle scarpe, ma la cosa immancabile era la scelta del materiale per le scale, si utilizzavano le scatole di medicine, in particolare quelle per le fiale, erano ideali per la loro forma. Un tempo si potevano usare perché erano di cartone, oggi divenute inutilizzabili perché in plastica.

Il cielo stellato si dipingeva a mano, i più bravi costruivano anche dei ruscelli utilizzando della carta stagnola ma la cosa più interessante era l’utilizzo dei pastori, un tempo i pastori erano solo di creta e siccome avevano anche un certo prezzo, venivano usati per anni ed anni, nonostante gli evidenti segni d’usura: qualcuno era senza un braccio, qualcun altro senza gambe ma per tutti  si trovava la giusta collocazione, si disponevano in maniera strategica per mascherare i problemi, la colla dell’epoca, non permetteva di ripararli, ammesso che i piccoli pezzi fossero ancora presenti. Gesti semplici che celavano un importante senso umano di altruismo e solidarietà, espressi in creatività.

I prati erano fatti col muschio, reperito ai lati delle strade e ne veniva fuori un Presepe forse tecnicamente non perfetto ma certamente molto bello perché tirato su con la passione e col cuore.

La mattina dell’Immacolata, si rendeva pubblica la visione della propria opera così da farlo ammirare ad amici e parenti.

Verso mezzogiorno, passavano gli zampognari che intonavano la canzone di Natale proprio di fronte al Presepe, quasi come un rito di consacrazione definitiva dell’opera.

Il giorno di Natale era quello più atteso. A tavola c’era di tutto, dagli spaghetti con le vongole al baccalà, dall’insalata di rinforzo alla minestra maritata, dai broccoli al capitone fritto, non parlando poi dei numerosi dolci, struffoli, roccocò, mostaccioli ecc. e non mancava il panettone con dolciumi vari della tradizione campana. A metà pranzo, c’era sempre la zia che scopriva qualcosa sotto il piatto del papà, era la letterina di Natale, dopo un tira e molla, i bambini riuscivano finalmente a leggere la poesiola e fra gli applausi di tutta la famiglia, ricevevano in cambio qualche spicciolo che per loro era l’apice della felicità.

Dopo il riposino pomeridiano, la sera arrivava il grande momento ricreativo della tombola, a cui aderivano in tanti di tutte l’età, facendo ricorso ai fagioli usati per segnare i numeri.

C’era un’allegra e piacevole confusione in tavola, fatta di cose semplici e di tanta spontaneità.

Natale era un rito particolare e sentito perché rappresentava l’occasione per stare assieme ai propri cari. Immancabili erano i nonni che raccontavano simpatici aneddoti per la gioia dei nipotini che con religioso silenzio ascoltavano con curiosità. Nessuna tv, nessun cellulare a poterli distrarre e alienarli come avviene magari oggi.

Oggi, tra vari sforzi, si cerca di riportare in auge questo modo di trascorrere le giornate natalizie ma purtroppo bisogna fare i conti con i ritmi di una vita frenetica che spesso ci allontana da occasioni di familiarità così importanti per poter ritrovare i propri cari ma anche e soprattutto se stessi.

 

Giovanni Coppola

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