La Valle del Sarno e i suoi tesori

Nelle aule dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” si discute di problemi, evidenze e contesti relativi alla Valle del Sarno

La Valle del Sarno, stretta tra il Vesuvio e i Monti Lattari, rappresenta uno dei territori più importanti sul piano demografico, industriale, morfologico e archeologico della Campania. All’incontro presso l’Università degli studi “Federico II” si è voluto dare risalto all’anima del passato di questa terra e, soprattutto, alla valorizzazione dei tesori nascosti e ancor troppo sconosciuti ai più.
A relazionare sul tema è stata la dott.ssa Laura Rota della Soprintendenza Archeologica di Salerno, ora in pensione, la cui analisi si è focalizzata sulla zona della alta e media Valle del Sarno: Sarno, S. Valentino Torio e S. Marzano.
L’agro-nocerino vanta un significativo patrimonio storico-culturale e questo è testimoniato dalla presenza sul territorio di diversi centri museali. Tra questi spicca quello di Sarno, all’interno dello storico Palazzo Capua, che ospita materiali provenienti da alcune parti del circondario.
L’incontro ha evidenziato l’importanza quantitativa di tombe che da sempre hanno lasciato intendere che l’agro-nocerino fosse principalmente terra di necropoli. Le tombe più antiche della necropoli risalgono alla prima età del Ferro e cronologicamente sono state attribuite alla metà e alla seconda metà del IX a.C.

Le prime notizie dell’importanza archeologica della Valle del Sarno, ancora oggi discusse, risalgono ai primi anni del 1900 epoca nella quale furono rinvenute resti di “palafitte” da Del Grosso, lungo uno dei bracci del fiume Sarno, nella zona del territorio di S. Marzano.
La vastità di materiale riferito a queste tombe ha permesso di coglierne anche le diverse particolarità che attingono alle menzionate tombe. Ognuna di questa, infatti, presenta decorazioni e contenuti differenti a seconda dell’origine sociale del defunto. Ad esempio in zona San Valentino Torio sono state rinvenute tombe appartenenti a guerrieri e il materiale ritrovato raccoglie moltissimi e preziosi elementi di ambito bellico che hanno consentito agli studiosi di ricostruire e comprendere la rilevanza dell’organizzazione e struttura “militare” già fiorente in quel periodo. Le tombe della Valle del Sarno vantano una loro precisa peculiarità culturale: quella delle tombe a fossa, ossia ad inumazione che consiste nel deporre il defunto supino con un corredo più o meno ricco a seconda dei momenti e del censo dell’inumato.

Tra le 2000 tombe rinvenute dal 1976 si trovano, probabilmente, solo due incinerati una specialmente rinvenuta da D’Agostino che la considera sicuramente come tale.
Affascinanti sono i preziosi accessori femminili ricavati dalle tombe di donne probabilmente molto ricche: anelli, bracciali, specchi e balsamari. L’alto valore di questi materiali attirava, già in antichità, la loro illecita sottrazione difatti, non sono poche le tombe rinvenute spoglie dei loro elementi principali e più preziosi.


Dal 2000 a Sarno sono state esposte, in modo permanente, nel museo Archeologico Nazionale della Valle del Sarno, due tombe ritrovate in località, Galitta del Capitano, tra cui la tomba del “Cavaliere”, così chiamata perché nella stessa è raffigurato un cavaliere di ritorno dalla battaglia nell’atto di portare le spoglie del nemico, accolto da una donna con il caratteristico costume delle donne campane. Purtroppo non si può dare una cronologia precisa poiché all’interno della tomba non sono stati ritrovati corredi, anzi le (poche) ossa della prima sepoltura e quindi quelle appartenenti al cavaliere, furono posizionate in un angolo sistemando al suo posto il corpo di una donna, della quale non è stato rinvenuto alcun corredo, solo un balsamario risalente, probabilmente, alla seconda metà del IV sec. a.C.

Nella seconda tomba, cronologicamente più recente rispetto a quella del Cavaliere, la defunta viene raffigurata con il costume delle donne campane, corteo di giovani che le va incontro e che hanno già un abbigliamento che – secondo De Caro – è risalente all’epoca romana. Chiaro segno di una probabile romanizzazione dell’area.

Ma i tesori della Valle non si fermano soltanto alle necropoli. La frequentazione della zona di Sarno è rappresentata, infatti, tra il III e il II secolo dal teatro greco, addossato alla collina, il quale è stato segnato da un rifacimento e ha avuto una vita piuttosto lunga anche se non sembra certo che in questo luogo fosse destinato a teatro. La parte ellenica, tuttavia, lascia spazio anche a tracce del mondo romano come i resti di una domus situata subito a monte del teatro e svariate ville rustiche situate tra San Valentino e Scafati. E’ stato inoltre sottolineato che l’interno territorio sarnese è attraversato dall’acquedotto Giulio-Claudio che risulta in buona parte in sotterranea e che viene dai comuni di confine Castel S. Giorgio, Bracigliano, da Serino e che costeggia tutta la zona pedemontana.

Finora gli scavi in queste zone non hanno mai dato rinvenimenti relativi ad abitati. A riguardo vi è soltanto una documentazione relative alle necropoli che ne attesta il numero pari a circa 2000 sull’intera area.

Il quadro sommariamente illustrato in questa sede non è esaustivo nel descrivere l’immenso patrimonio archeologico di cui è ricco l’agro-nocerino sarnese. L’incontro avvenuto nelle aule dell’Ateneo federiciano ha esaltato il valore e prospettato tutti i rilievi problematici attinenti alla decifrazione strutturale e sociale di un passato che non è ancora stato del tutto svelato e che necessita dell’impegno scientifico adeguato per poterlo salvaguardare ma soprattutto sviluppare. Discuterne, probabilmente, non è la forma più efficace per poter realizzare tutto ciò ma potrà essere sicuramente utile per mantenere viva l’attenzione e ricordarci, qualche volta, che il nostro territorio non ha mai smesso di raccontarsi.

Annalisa Giordano





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